Ringraziamenti

Ringrazio l’Associazione Italia Medievale, per aver messo a mia disposizione la foto della pieve di San Giorgio ad Argenta nel capitolo “La Grande Ruota” scattata dal sig. Mauro Piergigli.
Rimando al loro sito http://www.medioevo.org/artemedievale per ulteriori informazioni.

Per la foto del quadro di San Giovanni Nepomuceno nel capitolo “Nell’Abisso” ringrazio il signor Michele Rosafio e la basilica di Santa Maria di Leuca.

La foto del Giudizio Universale di Ramazzani nel capitolo “Il Giudizio Universale” mi è stata gentilmente fornita dal Comune di Arcevia – www.arceviaweb.it

Grazie ad Antonella Bazzoli per la foto della festa dei serpari a Cocullo, nel capitolo “Contro il Serpente“.

Infine, un grazie in particolare ad Emmanuele Lazzarato per il prezioso confronto durante il lavoro di ricerca e scrittura.

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Nunc Dimittis

Il mondo dell’iconografia cristiana è tanto vasto quanto complesso; per sviscerarne a dovere ogni singolo aspetto non basterebbe una vita intera. I temi che abbiamo trattato non sono che una minima selezione, e molti aspetti che abbiamo tralasciato meriterebbero di certo un approfondimento a parte.

Francesco del Cossa, Santa Lucia (1473) – dettaglio. National Gallery of Art, Washington
Francesco del Cossa, Santa Lucia (1473) – dettaglio. National Gallery of Art, Washington

Non è necessario poi fermarsi all’arte figurativa: i simboli fanno sentire la loro voce anche nei riti e nell’architettura delle chiese, nella musica sacra e persino nelle tradizioni popolari, prezioso patrimonio che chi è sordo dismette col nome di “superstizioni”.
Non ho nemmeno la pretesa di aver esaurito gli argomenti che ho sfiorato lungo il nostro breve cammino. Il simbolo è di per sè una sorgente inesauribile, e l’interpretazione che io ne propongo non è che una fra le tante. Vi invito a trovarne altre, e non dubito che le vostre saranno molto più profonde e brillanti delle mie. Ricordatevi però che il simbolo allude ad un mistero di per sè inconoscibile; ogni interpretazione è una valida via di avvicinamento ad un assoluto irraggiungibile, ma nessuna giunge mai ad essere una verità che esclude le altre.
Ecco, io mi accontento di avervi mostrato che l’arte cristiana è interpretabile. Può sembrare una banalità, ma è una di quelle cose che ci appaiono scontate soltanto dopo averle comprese, mentre fin prima non ci accorgevamo nemmeno della sua esistenza.
In maniera simile, l’arte cristiana ci circonda: non solo nei musei, ma anche nelle chiese, persino nelle edicole in fianco delle strade. E non è nemmeno una sapienza che appartiene al passato, ma può essere ancora viva, può rinnovarsi e ricrearsi, pur senza tradire il passato.
Peccherei di vanagloria se volessi insegnarvi come leggerla; ma sarei più che felice se fossi riuscito a mostravi che si può leggere. L’Italia, e l’Europa intera sono piene dei tesori dell’arte cristiana: non vi resta che accostarvi con curiosità, e cercare di intuire il senso racchiuso nelle immagini. Così questo immenso patrimonio, che ora ammuffisce rinchiuso nel disinteresse di chi non sa comprendere, potrà tornare nuovamente a brillare.

La via del ritorno

La Genesi racconta l’enigmatico disastro della torre di Babele, in cui Dio sembra quasi aver paura degli uomini:
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo.
Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Miniatura dal Libro d’Ore di Bedford (1410). British Museum
Miniatura dal Libro d’Ore di Bedford (1410). British Museum

Già quando Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito, il Signore reagì in maniera simile:
«Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!». Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

L’Eden è lo stato di grazia prima della caduta, quel punto armonico in cui l’eternità e il tempo coincidono, in cui l’anima dell’uomo è perfettamente centrata in Dio. Perchè, dunque, il Signore non vuole che l’Uomo vi faccia ritorno?
Anche la torre di Babele potrebbe essere intesa come un simbolo simile: l’asse della ruota, la linea verticale attorno la quale gira il mondo intero, la strada che collega la Terra al Cielo.
Non è un caso che spesso nelle raffigurazioni della Torre di Babele si trovi il simbolo della Ruota, che ormai conosciamo bene!

21.2 babele ruota

E’ soltanto dopo l’incarnazione che per l’uomo è possibile fare ritorno alla sua vera dimora. Facendosi Uomo, Dio conosce la compassione; entrando nel grembo della Madre, il Signore dimentica il suo Giudizio inflessibile, ed impara il Perdono.
La torre, che prima era il simbolo di un assalto al Cielo, quasi una conquista violenta, ora diventa la strada di una nostalgia per i luoghi della propria Origine.
Non è un caso, dunque, che la torre sia uno degli attributi simbolici associati alla Vergine Maria. Le Litanie Lauretane le associano due titoli che in un primo momento possono sembrare enigmatici: “Torre di Davide” e “Torre d’Avorio”.

Fratelli Klauber, dalla serie di incisioni per le Litanie Lauretane (XVIII sec.)
Fratelli Klauber, dalla serie di incisioni per le Litanie Lauretane (XVIII sec.)

Entrambe le immagini si riferiscono al Cantico dei Cantici, uno dei libri più sublimi della Bibbia, in cui viene narrato proprio l’amore fra il Creatore e la Creazione, fra il Signore e l’anima umana.

In esso l’amante decanta la bellezza della sua amata, ricorrendo a delicatissime immagini poetiche per descrivere i singoli dettagli del corpo: “Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino speziato. Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli.
Capirete che anche le parti anatomiche sono a loro volta simboli di realtà spirituali: il passo che abbiamo riportato, in particolare, potrebbe esser letto come un’allusione all’incarnazione e alle due specie dell’eucaristia.
Torniamo alla torre: “Come la torre di Davide il tuo collo”, sospira il poeta del Cantico dei Cantici, ed ancora: “Il tuo collo come una torre d’avorio”.
Anche in questo caso non si tratta di un complimento fine a sè stesso: il collo infatti è quella parte che collega il corpo alla testa, ovverosia la terra al cielo, la materia al spirituale. E’ quel tratto di unione che era stato reciso nel doloroso mistero della decapitazione, e che ora viene ristabilito in una forma del tutto nuova.

Santa Barbara, Affreschi della chiesa francescana di Lienz (XV sec.)
Santa Barbara, Affreschi della chiesa francescana di Lienz (XV sec.)

Uno degli attributi iconografici di Santa Barbara è proprio la torre. La tradizione narra che il padre della bella ragazza l’avesse fatta chiudere in una torre, per sottrarla dai pretendenti che ne insidiavano le virtù.
Barbara, che era segretamente cristiana, aveva fatto voto di castità, ed accettò dunque la sua reclusione senza protestare.
Un giorno, avendo notato che la torre aveva due finestre, la santa diede ordine che ne fosse aperta una terza, per alludere alla Trinità.
Ritroviamo dunque in questa leggenda i due aspetti principali del simbolo della torre: l’isolamento dal resto del mondo, e l’elevazione verso il Cielo.

Il distacco non è una rinuncia del mondo, ma è un raccoglimento: in fin dei conti la torre poggia sulla terra, e senza queste fondamenta crollerebbe al primo scossone. Chiudersi nella torre significa ritirarsi al proprio interno, nello spirito, nel senso della nostra esistenza: è lì infatti che si trova quel centro simbolico in cui passa l’asse che lega il Cielo alla Terra. Ed è in quel punto d’origine che si può trovare la forza di uscire nuovamente, di tornare ad affrontare il mondo, e poter godere delle sue gioie senza venirne sopraffatti.
Lo stesso significato è da ricercarsi nella pratica dei santi stiliti, che trascorrevano gran parte della propria vita di preghiera sulla cima di una colonna.

San Simeone lo stilita (VI sec.). Museo del Louvre, Parigi
San Simeone lo stilita (VI sec.). Museo del Louvre, Parigi

Il serpente avvolto alla colonna dello stilita rappresenta proprio la gioia del mondo, che appare come una tentazione seducente e pericolosa fintanto che non si trova in sè stessi l’equilibrio necessario per potervisi accostare degnamente.
Le spire del rettile non possono che ricordarci l’Albero del Bene e del Male, fra i cui rami attendeva in agguato il serpente tentatore. Abbiamo già accennato alla simmetria fra il serpente satanico della Genesi e quello cristico di Mosè; un simile rapporto speculare lega l’albero della conoscenza alla Croce.
Entrambi simboleggiano l’asse che collega il Cielo alla Terra; ma mentre il primo rappresenta la via in discesa, la Croce è invece la strada ascendente del ritorno.
Questo è il motivo per cui la Croce è chiamata l’Albero della Vita: quello stesso albero di cui Dio, dopo la trasgressione di Adamo, volle proteggere il frutto.

Simone de' Crocifissi, Il sogno della Vergine (1370). Pinacoteca Nazionale di Ferrara
Simone de’ Crocifissi, Il sogno della Vergine (1370). Pinacoteca Nazionale di Ferrara

«Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!»
Ma dopo l’incarnazione, alla Legge subentrò il Perdono, e la Croce rappresenta proprio l’Albero della Vita, la via aperta verso l’Eternità.

Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)
Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)

Questo stupendo affresco è talmente carico di simboli da dare quasi un senso di vertigine!

Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)
Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)

A sinistra di Gesù c’è Eva, che coglie l’amaro frutto del primo peccato.

Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)
Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)

Alla sua destra Maria, che coglie il frutto eterno dell’Albero della Vita. La stessa simmetria contrappone la Chiesa alla Sinagoga.
Questo confronto non va certo letto in chiave antisemita, ma significa il superamento della Legge, a cui succede l’avvento dello Spirito e la misericordia del Perdono.

Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)
Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)

Da ognuno dei bracci della Croce esce una mano: una incorona la Chiesa, e l’altra trafigge la Sinagoga.

Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)
Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)

Ma l’aspetto più importante forse riguarda i bracci verticali: quello in basso abbatte la porta dell’Inferno, a significare che la sua soglia non sarà più un viaggio senza ritorno; quello in alto invece spalanca la porta del cielo, che tramite le gerarchie celesti porta fino a Dio.

Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)
Affreschi della chiesa di Sant’Andrea a Thörl-Maglern (Austria)

Il Sangue dell’Agnello

I vangeli canonici non sono molto generosi di dettagli nel descrivere la crocifissione di Gesù. E’ così che la tradizione pittorica ha avuto un notevole margine di libertà per immaginare particolari aggiuntivi, ed ampliare così il punto culminante dell’incarnazione con significati ulteriori.
Si potrebbe pensare che simili aggiunte siano estranee al cristianesimo, in quanto posteriori alla predicazione evangelica. Ma una religione è simile ad un essere vivente, e tanto la sua origine che i vari sviluppi successivi sono parte integrante della sua essenza.

Raffaello Sanzio, Crocifissione (1503). National Gallery, Londra
Raffaello Sanzio, Crocifissione (1503). National Gallery, Londra

Spesso nelle raffigurazioni della crocifissione si possono osservare degli angeli indaffarati a raccogliere il sangue che esce dalle ferite del Salvatore, nonostante di ciò nel Nuovo Testamento non si faccia affatto menzione. Il senso di tali immagini però non contraddice il messaggio cristiano, ma lo interpreta ampliandolo, in un certo senso come se lo facesse crescere.
Il simbolo vuole innanzitutto farci capire che il sangue del Messia è un bene inestimabile, anzi, il più prezioso possibile: occorre evitare che si disperda al vento, nemmeno una goccia deve andar sprecata. Ma ciò comporta anche un significato ulteriore: il sangue va raccolto, o meglio ricevuto.
Una leggenda molto diffusa vuole che la collina in cui avvenne la crocifissione sia la stessa in cui fu seppellito Adamo.
Lo spunto della leggenda viene da un passo dei vangeli in cui si specifica che “Gòlgota”, il nome del colle, significa “luogo del cranio”.
Adamo, però, è il simbolo dell’Uomo inteso nella sua totalità primordiale. Potremmo perciò interpretare il nome del luogo in via simbolica, ed affermare pertanto che il Figlio di Dio si è sacrificato sopra la testa dell’Uomo!

Beato Angelico, dettaglio della Crocifissione fra i santi Nicola e Fran-cesco (1435). Chiesa di San Niccolò del Ceppo (Firenze)
Beato Angelico, dettaglio della Crocifissione fra i santi Nicola e Fran-cesco (1435). Chiesa di San Niccolò del Ceppo (Firenze)

Questo dipinto di Fra Angelico sembra indicare proprio questa direzione: il teschio umano è il luogo dove si consuma il martirio; ma soprattutto la scatola cranica è il vaso in cui si raccoglie il preziosissimo sangue del Salvatore!
Ovviamente la parte del corpo non va intesa in senso strettamente anatomico, ma come un simbolo che rimanda a sua volta ad altri significati: il cervello è infatti la sede della mente, dell’intelligenza e della volontà – il santo dei santi di quel tempio che è il corpo umano.

20.3 san francesco sangue
Carlo Crivelli, San Francesco riceve il sangue di Cristo (1490). Museo Poldi Pezzoli (Milano)

Questo è uno dei sensi possibili della preghiera che Gesù insegna nei Vangeli: “venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.
L’Eterno sacrifica sè stesso, donandosi alla creazione; e dall’altro lato, l’umanità riceve in sè il volere di Dio.
Non dovete pensare ad una sorta di plagio mentale: la volontà celeste non annulla quella umana, nè fra le due c’è contrasto.
Il Regno è appunto un’armonia fra ciò che desidera Dio e ciò che vuole l’Uomo: tra i due c’è un accordo – non in senso contrattuale, ma musicale. Quando l’Uomo scopre veramente Dio, non può più esserci discordia, perchè fra l’Amato e l’Amante non c’è più nè distanza nè differenza: come in cielo, così in terra.

Santino del Sacro Cuore di Gesù. Francia, XIX sec
Santino del Sacro Cuore di Gesù. Francia, XIX sec

La ferita nel costato di Cristo simboleggia l’apertura del Cuore di Dio: una ferita dolorosa, ma da cui si riversa l’amore di Dio verso la creazione. La coppa con cui il santo la riceve simboleggia il suo cuore: tanto la testa quanto il cuore sono simboli di quello spazio ricettivo dell’anima, che può diventare un vaso in cui raccogliere la luce profusa dal Signore.

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Illustrazione da “The heart of man: either a temple of God, or a habitation of Satan”, libro di emblemi inglese del 1851

Ognuna delle bestie che si annidano nel cuore rappresenta un peccato, una deviazione del fuoco naturale dell’anima che finisce col danneggiare colui che le porta nel seno. Il pavone è l’orgoglio, e la capra la lussuria; la gola è rappresentata dal porco, l’avarizia dal rospo, e l’invidia dal serpente; la tigre è l’ira, e la tartaruga l’indolenza. Il diavolo è il principio di contraddizione: fuoco di vita che si ritorce contro sè stesso, finendo col farsi guerra da solo.

Illustrazione da "The heart of man: either a temple of God, or a habitation of Satan”, libro di emblemi inglese del 1851
Illustrazione da “The heart of man: either a temple of God, or a habitation of Satan”, libro di emblemi inglese del 1851

La colomba annuncia la pace con Dio dopo l’ira del diluvio: lo Spirito Santo scende dal cielo, e dissolve i demoni, restaurando al loro posto la fiamma nutriente che scalda ed illumina senza bruciare.

Matthias Grünewald, dettaglio dalla Crocifissione di Isenheim (1516). Musée d'Unterlinden, Colmar (Francia)
Matthias Grünewald, dettaglio dalla Crocifissione di Isenheim (1516). Musée d’Unterlinden, Colmar (Francia)

E’ per questo che nell’Apocalisse è detto che il sangue dell’Agnello è in grado di lavare le vesti sino a renderle candide: il sacrificio di Dio è morire, scendere dai cieli e tornare in vita all’interno del cuore dell’Uomo.
Nell’ultima cena con i suoi apostoli, Gesù “prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati»”.

20.7 bagno nel sangue
Matthias Grünewald, dettaglio dalla Crocifissione di Isenheim (1516). Musée d’Unterlinden, Colmar (Francia)

Se avete inteso a fondo il simbolismo della Madre di Dio, capirete anche il significato profondo di quelle raffigurazioni in cui il sangue del Figlio cola dalla croce fino a lambire il volto della Vergine.

Rogier van der Weyden, dettaglio dal trittico della crocifissione (1445). Kunsthistorisches Museum di Vienna
Rogier van der Weyden, dettaglio dal trittico della crocifissione (1445). Kunsthistorisches Museum di Vienna

Il cammino doloroso

Abbiamo un intenso desiderio di trovare percorsi iniziatici e cammini spirituali. Per soddisfare questa fame cerchiamo nei luoghi più nascosti: consultiamo i tarocchi di Marsiglia, oppure ci spingiamo ad oriente, studiando pratiche di meditazione dei secoli passati, o ancora volgiamo lo sguardo agli sciamani dell’America centrale. Anche la nostra tradizione, tuttavia, ci offre strumenti altrettanto validi, anzi, ancora più efficaci, proprio perchè sono tagliati su misura per l’animo forgiato dalla nostra storia.
Come se fossimo presbiti, vediamo quel che è lontano, e non riusciamo a scorgere ciò che ci circonda. C’è un percorso spirituale che si trova letteralmente in ogni paese d’Italia, i cui simboli racchiudono un profondo patrimonio di saggezza; basterebbe saperlo ascoltare!

Agli occhi di molti, la Via Crucis è un rito ormai superato, al limite un ricordo di quando si era bambini – poco più d’una superstizione. Eppure proprio le stazioni della Passione potrebbero offrirci alcune delle risposte che cerchiamo.
Anche in questo caso, non occorre per forza essere credenti: non fermiamoci sulla superficie delle immagini, cerchiamo di andare oltre, penetrando nel significato che racchiudono. Non chiediamoci se la salita al Calvario successe veramente; in un caso o nell’altro, ciò che importa è il senso che la storia può raccontarci, la strada da percorrere che i suoi simboli ci indicano.

Partiamo da una considerazione: dove possibile, la Via Crucis è in salita. Spesso le stazioni si susseguono lungo il crinale di una collina, collegate da sentieri scoscesi o ripidi gradini.
Anche nella Passione, in fin dei conti, Cristo sale il versante del Calvario.
Salire significa avvicinarsi al cielo, è vero; ma un cammino in salita è anche molto faticoso. Ogni passo è un sacrificio, amaro come il dolore. Forse è anche per questo che cerchiamo con tanto accanimento scorciatoie più comode – una via spirituale che ci dia tutto e subito senza troppi sforzi!

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Già la prima stazione è un segno che toglie ogni speranza: Gesù è condannato a morte. Il cammino non è nemmeno iniziato, e già la fine è certa ed inevitabile, come un oscuro labirinto senza alcuna via d’uscita.
Il Figlio dell’Uomo è stato spogliato delle sue vesti, e la sua pelle è segnata dai colpi delle fruste. Per schernirlo, i seguaci del potere l’hanno incoronato con un cerchio di spine intrecciato. Di fronte a lui c’è Pilato, l’autorità terrena che sentenzia il fatale verdetto.
La forza di quest’immagina nasce dalla sua capacità di trascendere i limiti storici che le fanno da cornice. Gesù non è soltanto un essere nato e vissuto duemila anni fa, ma un simbolo complesso e profondo in cui si rispecchia il rapporto tra l’Umanità e il Divino. Anche Pilato non è solamente un governatore di una provincia di un impero del passato; nella sua figura si può scorgere l’archetipo del Potere costituito, servo della Legge immutabile.
E’ veramente esistito un Gesù storico, e ha davvero incontrato Pilato? Non ci cureremo queste domande, perchè ben più importante è interrogarsi sul significato che ha il dramma eterno interpretato da queste figure.
Gesù viene condannato a morte: come può l’uomo non immedesimarsi con lui? Ogni essere umano che nasce su questa Terra è destinato alla morte, senza via di scampo. Siamo tutti condannati alla fine, già nel momento in cui vediamo la luce.
“E’ una legge di natura”, viene da dire. Ecco, Pilato è proprio l’immagine personificata di questa legge: una gabbia ferrea di regole che non ammettono appello, un destino senza via di fuga.
Pilato stesso non può lottare contro la Legge: egli rappresenta il Potere, ma non ha il potere. Se anche volesse assolvere il condannato, non potrebbe, perchè sarebbe contro la Legge. Egli è la bocca che pronuncia, non la mente che decide.
E’ per questo che egli si lava le mani della colpa della sua sentenza. Egli non è che una foglia spinta dal vento: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Il secondo passo della Via Dolorosa raffigura la croce mentre viene caricata sulle spalle di Gesù.
La croce è il dolore, l’inevitabile amarezza del Mondo, il duro prezzo che si paga per gustare il piacere della vita.
E’ un peso talmente amaro da rendere quasi preferibile la non esistenza. Nell’ottava stazione, il Salvatore rivolge queste sconcertanti parole di dolore alle donne di Gerusalemme: “Verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato!”. In esse riecheggia la disperazione di Giobbe, quando gridò: “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: è stato concepito un uomo!”, e la lancinante lucidità dell’Ecclesiaste: “Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli. Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; ma ancor più felici degli uni e degli altri sono quelli che non sono mai nati e non hanno visto le azioni malvagie che si commettono sotto il sole.

Dopo la resurrezione, la stessa croce verrà elevata a simbolo di luminosa speranza; ma la Pasqua non è ancora giunta, e i giorni che conducono al Venerdì Santo sono segnati da stelle oscure e tristi.
Il Cristo non fugge la Croce: non usa la sua potenza per salvarsi, nè la sua saggezza per scagionarsi. Gesù prende la croce, accetta il dolore e se ne fa carico sulle proprie spalle, con uno sforzo superiore all’Atlante dell’antichità, che pur reggeva il mondo intero.
La domanda con cui gli spettatori lo irridono è significativa: “Se sei il Salvatore, perchè non salvi te stesso?”. Ma se avesse salvato sè stesso, come potrebbe salvare l’umanità? Se la storia si concludesse così, non avrebbe per noi alcun valore – non sarebbe che la favoletta di un essere con poteri soprannaturali, che grazie ad un trucco magico scampa la fine all’ultimo istante.
Lo stesso Gesù afferma: “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!
La forza viva del simbolo di Cristo sta invece nella possibilità che ha ogni uomo di identificarsi con esso: un uomo che ha patito come ogni essere vivente, un Dio che ha accolto nella sua essenza la stessa lacerante ferita che grida nel fondo dell’anima di ognuno di noi.

Abbandoniamo ora la progressione cronologica, per giungere nel cuore del mistero del Venerdì di Pasqua. Gesù cade per tre volte, rispettivamente nella terza, settima e nona stazione della Via Crucis.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

La triplice ripetizione di queste cadute non è affatto un dettaglio secondario. Tre volte San Piero rinnegò il suo maestro, prima del canto del Gallo, e tre giorni rimase nel sepolcro il corpo di Gesù, prima della resurrezione. Alla morte di Gesù, persino il sole si eclisserà per tre ore! Si tratta del “segno di Giona” a cui accenna il Cristo: tre notti nelle viscere del mostro, prima di tornare alla luce.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Tre sono le tentazioni che il diavolo offre a Gesù nel deserto. Ancora, è sempre per tre giorni che San Paolo rimase cieco dopo la folgorazione sulla via di Damasco. Non si tratta certo di una coincidenza fortuita, ma è l’indizio di una promessa nascosta fra le righe: “Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo”.

Nel quarto grado della scala del Golgota, Gesù incontra la Madre.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Il riferimento testuale si trova nel vangelo di Giovanni: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre! E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.
Può sembrare un episodio secondario – persino spiacevole, data la freddezza che il Cristo dimostra nei confronti di sua madre. Perchè, allora, dedicargli tanta attenzione nella Via Crucis?
L’importanza dell’immagine, anche in questo caso, è da ricercarsi nella sua natura simbolica. La Madre non è la singola donna che ha generato quel dato essere umano, ma l’archetipo della generazione stessa. La Madre è la notte in cui si compie la gestazione della luce, è il silenzio da cui la voce proviene e a cui continuamente ritorna.
Soprattutto, la Madre è la Terra in cui il seme si dissolve, e da cui nascerà il germoglio: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto“.
L’incontro con la Madre è dunque la prefigurazione simbolica della discesa agli Inferi che, secondo la tradizione, avrebbe impegnato il Cristo nei tre giorni in cui rimase morto. Una simile figura si può trovare nel capolavoro di Goethe, in cui Faust scende nell’abisso per incontrare le Madri.

Le stazioni finali, a questo punto, appaiono come l’epilogo dell’Opera, insito nelle premesse simboliche che abbiamo tratteggiato.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Ormai conosciamo bene cosa significhi l’atto simbolico di denudarsi. Gesù viene spogliato delle sue vesti, proprio come il seme deve liberarsi dall’involucro per germinare. Il vestito è l’esteriorità che avvolge e protegge l’essenza interiore; una corteccia che protegge dalla dissoluzione, e che quindi ora va tolta.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Gesù viene inchiodato sulla croce, come una vittima sacrificale sull’altare.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Sulla croce il redentore muore: “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà”.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Il corpo di Gesù viene quindi calato dalla croce, e consegnato alla madre. Tutto è ormai pronto per l’ultimo, fatidico passo.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Il culmine fondamentale è la deposizione del corpo del Cristo nel sepolcro; è questo il compimento del ritorno alla Madre, la dissoluzione nella terra che è prefigurata dai chiodi che lo fissano alla croce.

L’opera è compiuta: ora bisogna attendere i tre giorni.
Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami.
Un’altra parabola disse loro: Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti.
Da questo seme nascerà il nuovo giardino che sostituirà l’Eden ormai perduto: “Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino vi era un sepolcro nuovo, in cui nessuno era stato ancora deposto. Là deposero Gesù.

Il simbolo è magnifico; ma che valore può avere per l’uomo individuale, per ognuno di noi? Come tradurre la promessa in un evento concreto?
Si tratta di un lavoro che per sua natura è personale, e quindi non esistono ricette, ma solamente avvicinamenti soggettivi. Nella Via Crucis vi sono però molti indizi riguardo al modo di accostarsi al simbolo.

Nell’ottava stazione, Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme: “Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”.
L’immagine del Cristo è simile ad uno specchio in cui riflettersi: non è l’immagine in sè che dobbiamo guardare, ma il significato che in essa brilla. Il protagonista della Via Crucis è Gesù, ma senza compartecipazione essa resta una storia fine a sè stessa. E’ compito di ognuno di intraprendere la propria salita personale lungo il Golgota.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Nella stessa direzione si può interpretare il gesto di Simone di Cirene, che nella quinta stazione si fa carico della croce: egli è l’uomo che partecipa del simbolo dell’Uomo, prendendo sulle sue spalle il pesante dolore della croce.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Infine, nella stazione successiva si ricorda il gesto di misericordia con cui Veronica asciuga il volto di Gesù con un telo.

Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)
Dettaglio dalla Via Crucis della chiesa di Notre-Dame-des-Champs ad Avranches (Francia)

Come abbiamo già visto, su di esso rimane impressa l’immagine del volto del Salvatore, come se vi fosse stata dipinta. Il significato di tale scena riguarda proprio il rapporto fra il simbolo e la realtà: il Cristo rappresenta un prototipo che crea la propria immagine nel tempo, come un timbro sulla carta. Il volto del figlio di Dio è l’eternità, il mondo delle Idee dei platonici, mentre il telo è la trama della storia, che lo riceve in sè.

In certi casi può capitare di imbattersi in una quindicesima stazione, in cui è raffigurata la resurrezione; si tratta, in genere, di creazioni recenti, risalenti a tempi in cui la comprensione della tradizione già andava annebbiandosi. Mostrare la resurrezione prima della Pasqua è infatti un anacronismo spirituale gravido d’errori.
La resurrezione è il coronamento del cammino, è vero, ma è assolutamente scorretto mostrarla in questo punto del percorso. Per giungervi è necessario sprofondare fino all’imo della disperazione, nella notte priva di stelle, e rimanervi per tre giorni interi – dal Venerdì alla Domenica. Solo allora sarà possibile trovare in quelle oscure profondità l’Oro luminoso; cercare un sollievo prima d’allora comporterebbe invece guastare l’Opera per l’eccessiva fretta.