Sulle spalle dell’Uomo

Cristoforo era un cananeo di altissima statura, di aspetto feroce e dalla forza sovraumana. Un vero e proprio gigante!

Affreschi della chiesa di San Michele a Riva Valdobbia (Piemonte)
Affreschi della chiesa di San Michele a Riva Valdobbia (Piemonte)

La leggenda racconta che egli lavorava al servizio del re del suo paese. Un giorno, mentre era a corte, qualcuno nominò il diavolo, ed il re, che era cristiano, si fece subito il segno della croce.
Cristoforo domandò che cosa significasse quel gesto, e il re gli spiegò che era una precauzione contro il terrificante potere del demonio. Cristoforo allora gli rispose: «Se temi il diavolo significa che egli è più potente di te; io voglio servire il re più potente del mondo, perciò ti abbandonerò e mi recherò al servizio del diavolo.»
Ben presto Cristoforo incontrò sul suo cammino il diavolo, che fu ben felice di accettare nella sua corte l’energumeno. Mentre camminavano assieme, però, passarono a fianco di una croce eretta ai bordi della strada. Il diavolo fuggì a gambe levate!
Cristoforo gli chiese la ragione di questo comportamento, e il diavolo ammise che di fronte al simbolo del Cristo egli era impotente, e che non gli restava altra opzione di scappare. Deluso, il gigante abbandonò anche il diavolo, e decise di cercare Cristo, che egli immaginava come un re potentissimo, tanto da far tremare persino il diavolo.
Dopo averlo cercato in lungo e in largo, Cristoforo incontrò un eremita, che lo istruì sulla fede cristiana. Il gigante gli chiese: «Cosa dovrò fare per servire questo nuovo signore?”
L’eremita gli propose di digiunare, ma Cristoforo non ne volle sapere, e chiese un compito alternativo; il sant’uomo gli disse allora di pregare, ma neanche questo lavoro andava a genio al gigante.
L’eremita allora gli disse: «Conosci quel fiume, poco distante da qui, in cui molti passeggeri annegano cercando di guadarlo? Tu sei alto e forte, e potresti facilmente aiutare i viaggiatori ad attraversarlo. Ciò farebbe certamente piacere a Cristo Re!»
Cristoforo accettò di buon grado; si costruì una capanna a fianco del fiume, e utilizzando un tronco di albero come bastone, iniziò a trasportare da una riva all’altra tutti coloro che ne avessero bisogno.
Un giorno alla sua capanna si presentò un fanciullo, e pregò Cristoforo di portarlo dall’altro lato del fiume. Il traghettatore se lo caricò sulle spalle, ed entrò nel fiume appoggiandosi al suo enorme bastone, quand’ecco che l’acqua cominciò ad agitarsi sempre di più. Non solo: il bambino diventava sempre più pesante, come se fosse fatto di piombo!
Più la forza dell’acqua montava, e più il peso del bambino si faceva duro da sopportare, tanto che Cristoforo iniziò a temere per la sua sicurezza. Quando arrivò sano e salvo a riva, il traghettatore disse al fanciullo: «Bambino, mi hai messo in grave pericolo, perchè il tuo peso era tale che mi sembrava di portare sulle spalle il mondo intero.»
Il bimbo gli rispose: «Non ti devi meravigliare di ciò: non solo hai portato sulle spalle il mondo intero, ma anche il suo creatore. Io sono Cristo Re; e per dimostrarti che è vero, quando sarai tornato alla tua capanna pianta a terra il tuo bastone: domani lo troverai fiorito e carico di frutta.»

Dettaglio dall'affresco di San Cristoforo – Chiesa di Mauthen (Austria)
Dettaglio dall’affresco di San Cristoforo – Chiesa di Mauthen (Austria)

L’acqua che il santo attraversa non è certo un dettaglio secondario: si tratta del simbolo di quell’abisso primordiale, quella notte che si trova tanto nel cosmo quanto nell’anima, in cui si agita il Caos.
E’ per questo motivo che speso, nell’acqua ai piedi di San Cristoforo si possono scorgere figure mostruose dalle forme più disparate, come la melusina, la sirena con due code.

Dettaglio dall'affresco di San Cristoforo- Monastero di San Li-beratore a Castelsantangelo sul Nera (Macerata)
Dettaglio dall’affresco di San Cristoforo- Monastero di San Li-beratore a Castelsantangelo sul Nera (Macerata)

La donna-pesce tiene le code spalancate, come una sorta di provocazione sessuale: proprio la sessualità è una delle energie vive che formano l’impetuosa corrente del simbolo dell’acqua!
La fantasiosa fauna ittica rappresenta proprio la forza caotica e primordiale in cui ognuno di noi è immerso fin dalla nascita. Il santo non fugge dai suoi pericoli, ma sa trovare la forza per affrontarla quotidianamente.

Un altro particolare della massima importanza è il peso del bambino, che grava interamente sulle spalle dell’uomo: una fatica quasi insopportabile! L’antichità ci offre un’immagine simile nel mito di Atlante, che regge su di sè la volta celeste.

Atlante Farnese (II sec. d.C.). - Museo archeologico nazionale di Napoli
Atlante Farnese (II sec. d.C.). – Museo archeologico nazionale di Napoli

“Cristoforo” significa “colui che porta Cristo”.
L’appellativo, come avrete capito, non identifica una persona realmente esistita, ma indica il simbolo di tutti coloro che hanno accolto in sè il Cristo. Non è un passo da affrontare a cuor leggero, ma è un impegno durissimo e faticoso, una vera e propria lotta: quanto aumenta il peso del fanciullo, tanto aumenta la forza della corrente. Ma un simile sacrificio reca una ricompensa meravigliosa: l’albero morto di Cristoforo torna a fiorire e fruttificare, divenendo un’immagine dell’Albero della Vita.

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Il Volto di Dio

Secondo la leggenda, Veronica vide Gesù mentre trasportava la sua croce salendo verso il Calvario. Impietosita dalle sofferenze del Messia, la donna gli porse il suo velo, così che potesse asciugare il sangue ed il sudore che gli bagnavano la fronte. Il Cristo accettò il dono, e pose il velo sul suo viso; quando lo rese, sul tessuto era miracolosamente impresso il volto del Salvatore.

Anonimo, Il velo di Veronica (1420). Alte Pinakothek, Monaco di Baviera
Anonimo, Il velo di Veronica (1420). Alte Pinakothek, Monaco di Baviera

Il velo di Veronica in questo senso è il precursore dell’arte cristiana: un’immagine di Dio, non dipinta dalle mani d’un uomo ma impressa direttamene dall’originale.
Questa santa reliquia ha avuto una storia confusa e burrascosa. Come spesso accade con questi tesori spirituali, le cronache dei possessori delle reliquie e dei loro spostamenti sono spesso imprecise, e persino in contraddizione fra loro; fra guerre, saccheggi, furti e ritrovamenti miracolosi, i veli di Veronica si sono moltiplicati, e più d’una chiesa sostiene di avere il portentoso originale!
Per uno scettico simili vicende basterebbero a rendere discutibile l’idea di un telo che reca l’impronta del volto di Cristo; e se ancora rimanesse uno spiraglio di possibilità, basterebbero i moderni mezzi scientifici di datazione per eliminare ogni dubbio. Eppure anche in questo caso un simile atteggiamento fraintende del tutto la questione. E’ come se ad un cinema lo spettatore si lamentasse che il film non è una vera storia, ma è soltanto luce colorata proiettata su uno schermo bianco; e poi non è mica l’unica copia del film, quindi non è certo vero.
Avrebbe ragione, non c’è dubbio, ma non sarebbe meglio concentrarci sulla storia che il film vuole raccontare?

Vetrate della chiesa del Sacro Cuore a Drežnica (Slovenia)
Vetrate della chiesa del Sacro Cuore a Drežnica (Slovenia)

A comprova di ciò la tradizione narra un altro evento simile. Si dice che il re di Edessa, venuto a sapere dei miracoli del Cristo, gli scrisse una lettera, invitandolo a corte e chiedendogli la guarigione da una malattia che minacciava la sua vita.
Gesù declinò l’invito, ma scrisse al re una lettera. Prima di spedirla, prese un telo e lo posò sul volto; anche in questo caso le sue fattezze rimasero miracolosamente impresse su di esso. Il telo fu poi spedito assieme alla lettera, e alla sua vista il re di Edessa guarì dalla malattia.

Icona del Mandylion (XV sec.). Museo Nazionale di Cracovia
Icona del Mandylion (XV sec.). Museo Nazionale di Cracovia

La malattia va intesa come uno squilibrio spirituale, uno spostamento dal proprio centro, per cui l’armonia della vita non danza più attorno al fulcro, ma si infrange in un groviglio dissonante. Ciò che più conta, però, è che il volto è in grado di riportare l’armonia: non è dunque una semplice immagine, è ben più che una sorta di fotografia di un viso!
L’impronta del volto di Dio simboleggia l’eternità che si imprime sul mondo transitorio.
Non è un caso che sia una donna a reggere questo velo!
Il tessuto del velo di Veronica è lo stesso di quello di Maya e di Iside; è la meravigliosa superficie delle apparenze, che cambia in continuazione, che certi temono chiamandola illusione, ma di cui i più saggi adorano la bellezza.

Il filo del tempo - chiesa di san Michele a Leisach (Austria)
Il filo del tempo – chiesa di san Michele a Leisach (Austria)

L’anagramma di Veronica è “Vera icon”. Immagine vera: potrebbe quasi sembrare una contraddizione in termini: se è un’immagine non è l’originale, e non è nemmeno vera! Ma non è così: Dio non è un contenuto, ma un modello eterno che si imprime nella materia, ricevendone sostanza e concretezza e donandole in cambio la luce della Verità. E’ per questo che esistono diverse versioni del vero volto di Dio, seppur differenti fra loro: l’archetipo è unico ed immutabile, ma la materia che lo riceve è costantemente diversa.
L’immagine “non dipinta dalla mano dell’uomo” significa proprio la manifestazione del divino, che si rende visibile agli occhi dell’uomo.

La grande differenza fra il Vangelo e l’Antico Testamento riguarda proprio la manifestazione di Dio. Prima dell’avvento di Cristo, Dio non si mostrava mai pienamente, nemmeno al suo popolo eletto. Il signore apparve a Mosè tramite teofanie enigmatiche, come nell’esempio del roveto ardente; oppure nascosto, “attraverso una densa nube”. Ai suoi prediletti giungeva la sua voce, ma non si mostrava mai faccia a faccia. Similmente, le visioni dei profeti avvengono in uno spazio immaginale: Dio appare loro in spirito, ma non si mostra mai nel nostro mondo, non cammina fra gli uomini, non si fa vedere dalle folle.
Il volto di Dio rimase nascosto fino al momento dell’incarnazione: il Figlio è infatti la manifestazione del trascendente, l’attuazione sul piano del tempo del modello Eterno che è il Padre.

L’eternità è un archetipo, dicevamo: non una figura in sè, ma un modello su cui si creano le immagini, di volta in volta diverse ed individuali, eppur tutte corrispondenti al progetto originario. La stessa relazione corre fra il codice genetico ed il fenotipo che da esso deriva.

Proprio in ciò è da ricercarsi uno dei significato del termine “cattolico”, ovvero universale. Il cristianesimo infatti non è una cultura specifica legata ad un popolo, ma è un seme capace di germogliare in ogni diversa società. Come un albero che getta le sue radici nella terra, così il cristianesimo si nutre delle immagini che formano il patrimonio storico della civiltà in cui attecchisce, metabolizzandole e disponendole in un nuovo ordine, donando loro un nuovo senso.

Così molti affermano che il cristianesimo “ha rubato” le figure delle antiche religioni che ha soppiantato; ma sarebbe ugualmente corretto dire che esso è stato il magnete che le ha attirate attorno a se, ordinandole in un significato cristiano.
Una delle critiche che il pensiero scettico rivolge alle immagini del volto di Cristo riguarda proprio le sue fattezze: di volta in volta sono diverse, e quasi mai hanno i tratti somatici tipici delle popolazioni semite.
Ciò però non è un errore o un’ingenuità dell’artista, ma è dovuto proprio alla particolarità del cristianesimo a cui abbiamo appena accennato: di volta in volta le sembianze ricalcano quelle della popolazione in cui l’immagine viene creata, e ciò perchè il volto di Cristo è quello dell’Uomo, e non di un essere umano in particolare.
Se intendiamo il velo di Veronica nel suo senso simbolico, dunque, tutte le singole versioni sono l’originale, anche quelle più recenti, persino quelle dipinte su affreschi o ritratte su vetrate. Da questo punto di vista hanno ben poco senso le analisi chimiche o le datazioni con metodi scientifici: il Figlio non si è incarnato soltanto nel primo secolo, ma lungo tutto il corso della storia cristiana.

Anonimo italiano, il Velo di Veronica (1450). Rijksmuseum, Amsterdam
Anonimo italiano, il Velo di Veronica (1450). Rijksmuseum, Amsterdam

Lo stesso equivoco avviene riguardo un’altra famosa reliquia della cristianità: la sacra Sindone di Torino. Mai tanti esami sono stati svolti su un singolo oggetto: composizione chimica del tessuto e dei pigmenti, datazioni al carbonio 14, e persino gli esami del sangue!
Tuttora molti sono convinti che si tratti dell’autentico sudario funebre di Gesù, e ancor di più sono quelli che sostengono che si tratti di un falso costruito in epoca successiva. Sono in pochi, invece, a chiedersi che cosa la Sindone possa significare. Se anche è stata creata artificiosamente, ci dev’essere un motivo; e se tanti vogliono crederci, nonostante gli incontrovertibili risultati degli esami scientifici, significa che essa risponde ad un bisogno dello spirito, che soddisfa una domanda che assilla l’anima, benchè non si saprebbe formularla coscientemente.
Vi siete mai chiesti, ad esempio, perchè il volto del Cristo debba compare proprio su un sudario funebre, un oggetto per sua natura strettamente legato al mondo della morte?
La morte allude proprio alla rivelazione del Padre nascosto nel Figlio manifesto: tale passaggio comporta infatti una autonegazione, perchè il Dio eterno e trascendente è il tutto in potenza, ma per rivelarsi deve limitarsi in una forma concreta determinata. San Paolo accennò a questo mistero quando parlò di “Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.”
L’incarnazione è il sacrificio di sè con cui Dio si dona alla creazione. E’ questo uno dei sensi più elevati della crocifissione: non il mero ritratto di un momento storico in cui un essere umano è stato messo a morte, ma il simbolo del gesto d’amore con cui Dio si consegna al mondo.

Per noi peccatori

Maria rappresenta il lato dolce e materno della religione cristiana. Senza la sua intermediazione, il Giudizio del padre sarebbe una regola assoluta, una logica ferrea senza possibilità di deviazione. Ben pochi riuscirebbero a rispettare le elevatissime aspettative della Legge; la salvezza sarebbe riservata a pochi eletti, e la condanna sarebbe certa per gran parte dell’umanità.

Simon von Taisten, Madonna della Misericordia (XV sec). Cappella del castello di Bruck a Lienz (Austria)
Simon von Taisten, Madonna della Misericordia (XV sec). Cappella del castello di Bruck a Lienz (Austria)

E’ qui che interviene la Madonna, che si erge a scudo contro l’Ira di Dio, come un avvocato difensore: e non solo dei giusti, ma anche e soprattutto dei peccatori!
C’è una meravigliosa poesia di Ungaretti, intitolata “La Madre”, che sembra quasi una didascalia a questi peculiari affreschi:
E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Thomas von Villach, Madonna della Misericordia (XV sec). Chiesa di Gerlamoos, Steinfeld (Austria)
Thomas von Villach, Madonna della Misericordia (XV sec). Chiesa di Gerlamoos, Steinfeld (Austria)

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Nel cuore dell’Istria, seguendo le strade sterrate che si perdono nei campi nei dintorni di Dignano, si trova la chiesetta di Santa Fosca. Nel muretto a secco che la circonda, la devozione popolare ha creato una sorta di piccolo tempio a Maria.

Devozione popolare nei pressi di Dignano (Istria)
Devozione popolare nei pressi di Dignano (Istria)

E’ lontana dalle meraviglie dell’arte o dalla precisione della teologia, ma è una testimonianza sincera e commovente di come la gente comune sappia sentire profondamente l’essenza dei simboli sacri: la Vergine come una Madre a cui poter affidare persino il proprio figlio!

Una credenza diffusa in Etiopia racconta che dopo la crocifissione Maria si recò sul Calvario a pregare ed invocare Gesù.
Il Cristo rispose ai suoi appelli, e scese dal cielo per chiedere alla madre quale fosse il suo desiderio; la Vergine chiese allora al Figlio di salvare dalle pene dell’Inferno chiunque avesse invocato il suo nome.
Gesù acconsentì; l’accordo fra i due è ricordato come “Kidana Mehrat”, il Patto di Misericordia. In questo simbolo troviamo la conferma che l’Inferno non è affatto una condanna infinita, senza speranza di assoluzione; e ciò grazie al Perdono, rappresentato dalla Madre di Dio.

Kidana Mehrat, Etiopia (XVII sec.). Walters Art Museum, Baltimora
Kidana Mehrat, Etiopia (XVII sec.). Walters Art Museum, Baltimora

Questo ruolo non è certo limitato alla sola Etiopia. Nella Divina Commedia, Dante riporta un’accorata preghiera alla Madonna, invocata come “Vergine madre, figlia del tuo Figlio”:
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

16.5 madonna purgatorio
Pedro Machuca, La Vergine e le anime del Purgatorio (1517) – Museo del Prado, Madrid.

La Vergine disseta le anime del Purgatorio con il suo latte spirituale: quale rappresentazione più elevata del simbolo della Maternità?
Ancora una volta, vediamo chiaramente come la maternità non sia affatto esclusa dal cristianesimo. In questo magnifico quadro non traspare nessuna vergogna, nè tantomeno paura o ribrezzo di fronte al corpo femminile.

Pedro Machuca, La Vergine e le anime del Purgatorio - dettaglio - (1517) - Museo del Prado, Madrid.
Pedro Machuca, La Vergine e le anime del Purgatorio – dettaglio – (1517) – Museo del Prado, Madrid.

Il seno viene mostrato senza inutili pudori, ma nemmeno con malizia: in fin dei conti è un mistero antico come l’umanità, una coppa a cui tutti, all’inizio della propria vita, si sono dissetati.

16.7 madonna laboris

La Vergine è la Porta del Cielo, abbiamo detto; solo il Perdono materno può rendere accessibile il Paradiso, protetto dalle mura altrimenti inaccessibili della Legge di Dio.
Ciò che potrebbe esser soltanto accennato a costo di molte parole viene riassunto a perfezione con ingenua poesia dalla sapienza artistica.
Mentre san Pietro ed il Signore sono in disparte, la Vergine tende un’asta verso l’Inferno, per permettere alle anime di entrare di soppiatto in Paradiso! Non si tratta però di una vera e propria opposizione al volere di Dio: il Padreterno sembra lasciar fare.
La strada che attraversa l’abisso è stata tracciata: non resta che imboccarla.

La scala di Giacobbe

Era la terza domenica d’Avvento: lasciammo Brunico alle spalle, in direzione di Campo Tures, e poi avanti ancora, in una stradina in salita, coperta di neve, ma ancora praticabile. Arrivammo infine a Riva di Tures, dove lasciammo le valige nell’albergo che avevamo prenotato. Prima che calasse il buio del tutto, proseguimmo a piedi lungo le erte vie del paese, mentre i primi fiocchi scendevano ad annunciare l’arrivo di un’abbondante nevicata.
Ci riparammo nella chiesetta di san Wolfgang, e rimanemmo estasiati di fronte all’altare in legno, una vera opera d’arte ricchissima di simboli affascinanti.

Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)
Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)

La costruzione della chiesa risale agli inizi del ‘900: per cercare la sapienza dei simboli non serve andare a ritroso nei secoli, sebbene le tempeste delle grandi guerre abbia dispersero molte delle tradizioni passate.
Il Padre sostiene il figlio, come il fusto d’una pianta sostiene il frutto prezioso che ha generato.
C’è uno stridente contrasto fra l’altera regalità del Padreterno, e la sofferenza del sacrificio del Cristo: è l’abisso che separa l’eternità dal momento presente, la distanza fra la divinità e l’uomo. Eppure queste due metà irriconciliabili dell’essere provengono dalla stessa unità iniziale!
No, non sono due estranei, tutt’altro! Fra loro due corre il più stretto dei legami, la parentela più intima: sangue dello stesso sangue.

Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)
Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)

Gli angeli raccolgono questa preziosissima porpora in una coppa, nella quale abbiamo imparato a riconoscere il cuore dell’uomo, quello spazio simbolico all’interno dell’anima umana, in cui il Sacrificio può riversarsi, per trasmutarsi in nuova vita.

Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)
Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)

Ad un lato dell’altare troviamo la statua di san Michele, dall’altro quella di san Floriano.
In tale posizione le due figure parlano proprio di come il Cielo si manifesta sulla Terra!
Le due immagini sono complementari, e non sono di certo scelte a caso! San Michele schiaccia il Dragone, e così rappresenta la Giustizia di Dio, la collera implacabile contro il Male.
San Floriano ha la funzione di proteggere dagli incendi – un ruolo importantissimo in luoghi in cui il legno viene abbondantemente usato per costruire le case; ma la sua iconografia ha anche un significato meno mondano: l’incendio rappresenta l’inferno, il fuoco degli istinti e delle passioni, il divenire che avviluppa il mondo materiale, le fiamme fra cui viviamo quotidianamente. Ecco che l’acqua che il santo versa dal cielo sopra le case diventa quindi un sollievo, la pace donata da Dio, il perdono. San Floriano dunque è il perfetto contraltare per san Michele: mentre quest’ultimo è la Giustizia di Dio, l’altro ne rappresenta l’Amore. Fate anche attenzione alla direzione delle lance: una è rivolta verso il basso, mentre l’altra invece ha la punta verso l’alto. Nessun dettaglio è fuori luogo: non è affatto un caso, ad esempio, che la Forza sia rappresentata a sinistra, mentre la Compassione a destra!
L’Eternità ed il Tempo non sono dunque due sfere completamente separate, ma due entità che comunicano fra di loro, interagendo in modo da armonizzarsi e completarsi l’una con l’altra.

Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)
Chiesa di san Wolfgang a Riva di Tures (provincia di Bolzano)

Seguiremo con questa chiave alcune immagini dell’arte cristiana per comprendere il dialogo che il Creatore intreccia con la creazione, creando una sinfonia complessa ed emozionante, che arricchisce e trasforma entrambe le parti.

Santa Sofia

Eva è il varco d’uscita dal Paradiso Terrestre. La Meretrice è l’umanità che si è persa nel labirinto, ed ha scordato l’Eden. Le sante sono il simbolo dell’anima che finalmente ricorda la propria dignità, e cerca con tutti i mezzi la via del ritorno. Infine, la Beata Vergine è al tempo stesso la Porta del Cielo ed il Giardino Chiuso.

Fratelli Klauber, dalla serie di incisioni per le Litanie Lauretane (XVIII sec.)
Fratelli Klauber, dalla serie di incisioni per le Litanie Lauretane (XVIII sec.)

Insomma, non si può certo dire che la femminilità sia esclusa dal cristianesimo! Piuttosto, se tale aspetto è passato in secondo piano la causa non è da ricercarsi nella religione in sè, ma nelle vicissitudini politiche e nei giochi di potere ad essa inevitabilmente collegati. Confondere la religione con l’istituzione che da essa deriva è un errore comune, eppure madornale: benché fra i due aspetti ci sia un rapporto strettissimo, resta una differenza fondamentale.
La Chiesa come istituzione non è il cristianesimo nella sua totalità, ma rappresenta una delle sue manifestazioni possibili. La concretizzazione di un’Idea sul piano materiale, inoltre, è per forza di cose imperfetta.
Così criticare il cristianesimo in base a ciò che la Chiesa è stata (o ancor peggio ciò che la Chiesa è ora) sarebbe come giudicare l’intero Essere Umano in base alla vita di un singolo uomo.
L’ultima tappa del nostro breve viaggio nel lato femminile del cristianesimo riguarda proprio la storia di una di queste potenzialità inespresse: un’immagine preziosissima, a cui però le vicissitudini storiche non hanno dato modo di manifestarsi pienamente, come invece avrebbe meritato.

Vasili Belyaev, Sofia, la Santa Sapienza di Dio (1890). Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, a San Pietroburgo
Vasili Belyaev, Sofia, la Santa Sapienza di Dio (1890). Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, a San Pietroburgo

Sofia è la Santa Sapienza divina: “Sophia” infatti è la parola greca per “sapienza”. E’ una personificazione del lato misericordioso e benevolo di Dio, e prende l’aspetto di una figura di donna, tanto che si potrebbe definirlo come il lato femminile di Dio. La sua importanza è talmente elevata che certi teologi l’hanno persino inserita nella Trinità divina, seppur con ruoli diversi a seconda dell’autore.
L’origine di questa figura si trova nella Bibbia, in quelli che per l’appunto vengono chiamati libri sapienziali. Nel libro dei Proverbi la Sapienza dice di sè:
Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d’allora.
Dall’eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata.
Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi,
né le prime zolle del mondo;
quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso;
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso;
quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra,
allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia ogni giorno,
dilettandomi davanti a lui in ogni istante;
dilettandomi sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.

Sofia dunque è un’emanazione di Dio, preesistente alla creazione ed addirittura eterna. Il libro della Bibbia che porta il suo stesso nome, “Sapienza”, descrive così la sua natura:
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
È un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
È un riflesso della luce perenne,
uno specchio senza macchia dell’attività di Dio
e un’immagine della sua bontà.

Icona ortodossa della Santa Sofia
Icona ortodossa della Santa Sofia

Sofia è la delizia del Signore; sempre in Sapienza è scritto di lei che “è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri; paragonata alla luce, risulta superiore”, e si specifica che essa è l’ancella del Dio dei Padri, e che siede acconto a lui sul Trono.
La Santa Sapienza è poi il tramite con cui Dio opera la creazione. Sempre nel suo libro è detto che era presente alla creazione del mondo, e che tramite essa è stato formato l’uomo.
In quanto tramite fra Dio e la Creazione, Sofia è anche “uno spirito amico degli uomini”.

Così la invoca l’autore biblico: “Inviala dai cieli santi, mandala dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica”. E nel libro di Siracide è scritto:
Così agirà chi teme il Signore;
chi è fedele alla legge otterrà anche la sapienza.
Essa gli andrà incontro come una madre,
l’accoglierà come una vergine sposa;
lo nutrirà con il pane dell’intelligenza,
e l’acqua della sapienza gli darà da bere.
Egli si appoggerà su di lei e non vacillerà,
si affiderà a lei e non resterà confuso.

Nello stesso testo, Sofia stessa si dichiara ben disposta nei confronti dell’umanità:
Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate,
e saziatevi dei miei prodotti.
Poiché il ricordo di me è più dolce del miele,
il possedermi è più dolce del favo di miele.
Quanti si nutrono di me avranno ancora fame
e quanti bevono di me, avranno ancora sete.

Un’obiezione che spesso viene rivolta a questo modo di intendere Sofia sostiene che essa non sia una divinità di per sè, ma “solamente” la personificazione poetica della sapienza di Dio. Un simile modo di vedere però potrebbe essere esteso anche a Dio stesso: una personificazione poetica di un principio cosmico.

Santa Sofia, cattedrale dell’Assunzione di Mosca
Santa Sofia, cattedrale dell’Assunzione di Mosca

Nel suo poema “Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno”, William Blake scrisse:
Gli antichi Poeti animarono tutti gli oggetti sensibili con Geni o Divinità, dando loro dei nomi e decorandoli con le proprietà dei boschi e dei fiumi, di montagne, laghi, nazioni e qualsiasi cosa che i loro ampi e numerosi sensi potessero percepire. Ed in particolar modo studiarono il genio di ogni città e paese, ponendolo sotto la sua divinità mentale.
A lungo andare fu formato un sistema, di cui qualcuno però trasse vantaggio, rendendo schiavo il popolo e tentando di astrarre le divinità mentali dai loro oggetti. Così ebbe inizio il Clero: scegliendo forme di venerazione dalle fiabe dei poeti.
E a lungo andare essi affermarono che furono gli Dei ad ordinare queste cose. Così gli uomini dimenticarono che tutte le divinità dimorano nel petto dell’uomo.

Nei nostri anni si può assistere ad una tendenza simile, seppur in un certo senso inversa: si scarta l’immagine poetica, preferendole le parole concrete ed univoche della logica.
Una riduzione al linguaggio senza poesia potrebbe di certo accontentare una mente più intellettuale, e sarebbe probabilmente più al passo coi nostri tempi. Ma la si pagherebbe con una perdita di bellezza e con l’ancor più grave rischio di cristallizzare il simbolo in un suo significato specifico.
La forza del simbolo sta infatti nella sua indeterminatezza, che gli permette di risplendere di nuova luce man mano che i secoli si susseguono. L’immagine simbolica non è mai definita nei singoli dettagli, e ciò permette agli uomini di ogni epoca di riceverla secondo la loro specifica individualità. Se invece gettassimo il simbolo, dopo averlo tradotto in parole determinate ed inequivocabili, avremmo fatto sì chiarezza, ma ci saremmo preclusi questa capacità di adattamento ed evoluzione, fossilizzando una forza viva in un concetto tanto preciso quanto statico.
Le religioni e la loro storia, oltretutto, non sono composte da definizioni logiche ed immagini precise e ben definite, ma da enti proteiformi che sfuggono ogni tentativo di descrizione univoca.
Prendiamo ad esempio il simbolo della Donna nel cristianesimo: l’immagine di Sofia giunge a confondersi con la Vergine Maria, tanto che a detta di alcuni le due sono la stessa figura.
Ed ancora Sofia può essere intesa come un’immagine della Chiesa, intesa come corpo mistico preesistente all’umanità stessa.

Fratelli Klauber, dalla serie di incisioni per le Litanie Lauretane (XVIII sec.)
Fratelli Klauber, dalla serie di incisioni per le Litanie Lauretane (XVIII sec.)

Quest’apparente confusione nasconde in realtà un tesoro prezioso.
E’ un potente metodo di pensiero, ben diverso dalla logica che chiarisce e separa ogni concetto. Potremmo chiamarlo pensiero simbolico: un approccio che valorizza le somiglianze e le affinità, passando in secondo piano le differenze specifiche.
E’ così che a volte un’eccessiva precisione del pensiero rende paradossalmente più difficile, se non impossibile, la comprensione dei fatti dello spirito: la religione spesso non segue le vie della logica, proprio perchè si occupa di entità che trascendono il mondo fisico.
Non cercate quindi di separare le varie figure femminili del cristianesimo, come se fossero specie diverse da catalogare in una tassonomia rigorosa. Sappiate che ognuna di loro ha la propria particolarità; ma non c’è una divisione netta a separarle, e così per comprendere una bisogna anche meditare su tutte le altre.

La descrizione biblica della Sapienza dimostra un influsso della cultura ellenistica, ed è proprio in tali ambienti che l’immagine di Sofia venne poi ripresa e sviluppata.
In particolare l’idea di Sofia come emanazione femminile di Dio ha trovato ampia diffusione nello gnosticismo, dove però è inquadrata nel contesto anti-cosmico di quegli ambienti, fortemente sfiduciati nei confronti della creazione e del suo Creatore.
Anche nell’ambito del cristianesimo ecclesiastico vi furono dei riconoscimenti nei confronti della Santa Sapienza: a lei fu dedicata una delle chiese più grandi e maestose dell’antichità, la basilica di Hagia Sophia a Costantinopoli.
Proprio Sofia potrebbe essere la figura in grado di ricucire quei profondi strappi che creano dissidio fra le diverse religioni e culture in cui l’uomo è diviso: anche il mondo pagano, infatti, riconobbe la sua importanza centrale. La filosofia degli antichi non è forse amore per la Sapienza?

Illustrazione dal Liber Scivias di sant’Ildegarda di Bingen (1151)
Illustrazione dal Liber Scivias di sant’Ildegarda di Bingen (1151)

Anche nel medioevo si intravede la figura di Sofia; sant’Ildegarda di Bingen la descrisse così nel suo Liber Scivias:
Io sono la Sapienza. E’ mio il rombo della Parola tuonante, attraverso cui tutta la creazione è venuta all’esistenza; e fui io a chiamare alla vita tutte le cose con il mio respiro, così che nessuno di loro è mortale nel suo genere; perché io sono la vita. Davvero io sono la vita, tutta ed indivisa – non scavata da alcuna pietra, o germogliata dai rami, o radicata nella forza virile; ma tutto ciò che vive ha la sua radice in me. Perchè la Sapienza è la radice il cui fiore è la Parola tonante.Splendo come fiamma sopra la bellezza dei campi, per indicare la terra – la materia da cui è stata plasmata l’umanità. Brillo nelle acque per indicare l’anima, perché come l’acqua inonda tutta la terra, anche l’anima pervade tutto il corpo. Brucio nel sole e nella luna per indicare la Sapienza, e le stelle sono le innumerevoli parole della Saggezza.

Nicholas Roerich, Sofia, la Sapienza onnipotente (1932). Nicholas Roerich Museum, New York
Nicholas Roerich, Sofia, la Sapienza onnipotente (1932). Nicholas Roerich Museum, New York

Di Sofia parlò anche il grande mistico tedesco Jacob Böhme, che ne trasmise il messaggio anche ai suoi discepoli e seguaci; ma forse la manifestazione storica di Sofia più palese si ebbe nel ventesimo secolo, nell’ambito del cristianesimo ortodosso russo. Alcuni pensatori in particolare elaborarono un vero e proprio sistema teologico incentrato su Sofia: il poeta Vladimir Solov’ëv ne fu il precursore, ma furono alcuni teologi, fra cui Pavel Florenskij ed in particolar modo Sergej Bulgakov, a portare a compimento il cristianesimo sofianico, elaborando un pensiero sistematico al tempo stesso semplice e profondo, forte del fuoco dell’innovazione, seppur senza rinnegare nemmeno una virgola del patrimonio di insegnamenti e simboli della storia della loro religione.
Purtroppo i loro sforzi furono bocciati dalla chiesa ortodossa. Nel 1935 la sofiologia di Bulgakov venne respinta come eretica. Egli stesso definì così questa chiusura:
La dottrina della Sofia divina non ha niente a che fare con la proposizione di nuovi dogmi, e non può certo esser descritta come una nuova eresia all’interno del cristianesimo, seppur questo sia il punto di vista adottato da certi «guardiani» della fede, che vedono nella completa stagnazione l’unica garanzia di una vera fede, e temono di conseguenza tutte le nuove idee”.
Anche le autorità secolari si mossero contro gli ambasciatori di Sofia: Florensky fu arrestato dalle autorità sovietiche, e dopo un duro periodo di prigionia venne giustiziato nel 1937.
Si perse così l’occasione di un grande rinnovamento del cristianesimo, un’evoluzione che non nega le radici della tradizione, ma ne rappresenta la normale prosecuzione, come una pianta su cui sbocciano finalmente i fiori: Sofia come mediatrice fra Uomo e Dio, fra il Creatore e la creazione, e il sogno dell’avvento dell’Umanità Divina, come compimento del Dio Umano dell’incarnazione.
Quando un’idea intende manifestarsi nel piano storico, però, non c’è verso di arginarla; se ne può rimandare l’avvento, ma esso resta comunque inevitabile.

15.8 sofia sette colonne

La Sapienza tornò in Europa nel 1952, quando lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung scrisse “Risposta a Giobbe”: un testo che va ben oltre la psicologia intesa come scienza medica: una vera e propria pietra miliare per la storia dello spirito. Seppur non abbia ricevuto l’accoglienza che avrebbe meritato, non è esagerato definire questo libro uno dei più importanti del XX secolo, tanto per le sue idee che per le conseguenze fondamentali che queste potrebbero suscitare.
Nel suo libro Jung descrive come la comparsa sulla scena di Sofia coincida con un mutamento nell’immagine di Dio, un’evoluzione causata nel Padreterno dal confronto storico con l’Essere Umano, e che culminerà nell’incarnazione. Anche Jung, come Bulgakov, descrive Sofia come il tramite della creazione, e quindi come un intermediario fra Dio e l’uomo; in Sofia egli vede il prototipo della Vergine Maria, che permette agli uomini la salvezza e l’immortalità.
Se l’oriente rispose a Sofia con le armi della repressione, l’occidente rispose alle idee di Jung con il disinteresse e l’incomprensione. Ma il seme non è stato gettato invano, e vi furono alcuni, seppur pochi, che seppero raccogliere queste preziosi indicazioni; fra tutti, il filosofo francese Henry Corbin.

Ed oggi? Per quanto l’“enorme drago rosso” del Potere Terreno lotti contro Sofia, essa torna a ripresentarsi costantemente, ogni volta con più forza e con più chiarezza. Come una radice interrata, la Sapienza getta sempre nuovi germogli, e forse verrà un tempo in cui la pianta potrà crescere verso la luce.
Nel libro dei Proverbi è detto che:
La Sapienza si è costruita la casa,
ha intagliato le sue sette colonne.

Facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena a Venezia
Facciata della chiesa di Santa Maria Maddalena a Venezia

Non ci resta che attendere: sarà il tempo a dirci se l’immagine di Sofia riuscirà a mostrarsi all’uomo e nell’uomo, donando un nuovo volto benevolo e materno alla religione.

La Porta del Cielo

Maria, la Madre di Dio, è vergine. Una madre vergine: c’è chi rifiuterebbe a priori una simile affermazione, bollandola come un’evidente assurdità; e chi la riterrebbe irrispettosa verso le donne, perchè rifiuta la sessualità, che invece è uno dei componenti fondamentali del mistero materno e femminile. E’ evidente che anche in questo caso la verginità è un simbolo: non un fatto da credere alla lettera, ma nemmeno una storiella priva di senso!
Quando qualcuno ci indica a gesti la via, la sua mano non è certo la meta; non per questo, però, le sue indicazioni sono false e bugiarde. Cerchiamo dunque di comprendere quale via ci suggerisce il simbolo della maternità verginale.

14.1 maria sorgente

Forse l’immagine più chiara per poter comprendere l’arcano è quella della sorgente: una benedizione che dona sè stessa, in continuazione, senza esaurirsi mai, restando sempre pura nonostante si conceda a tutti. La sorgente è il grembo della terra che partorisce in continuazione, senza mai appassire: madre, eppure vergine.
E’ una bella immagine poetica, direte, ma che rapporti concreti ha con l’essere umano?
Parlerò chiaramente: sappiate che la Beata Vergine non è una donna in particolare, vissuta duemila anni fa a Nazaret, ma è un tempio che si trova all’interno della nostra anima, sebbene non sia stato costruito dalle mani dell’uomo.

Beato Angelico, Annunciazione (1426). Museo del Prado, Madrid
Beato Angelico, Annunciazione (1426). Museo del Prado, Madrid

Nelle rappresentazioni dell’Annunciazione, la luce del signore scende su Maria. Nel raggio si vede la colomba dello Spirito Santo, che punta verso il seno della Vergine, come se lì si trovasse il suo nido. E’ la luce di Dio che si accende nel cuore dell’Uomo, è l’avvento del Regno dei Cieli.

14.3 uovo

Questa magnifica composizione trasfigura la Sacra Famiglia nel simbolo dell’Uovo: il Gesù Bambino occupa la parte del tuorlo, immagine solare, Luce divina che si incarna.

14.4 sole luna

Cristo, nel Vangelo, risponde così a chi gli chiese “Quando verrà il regno di Dio?”:
“Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!”

Icona della Nostra Signora del Segno (XIII sec.) - dettaglio. Galleria Tret'jakov, Mosca
Icona della Nostra Signora del Segno (XIII sec.) – dettaglio. Galleria Tret’jakov, Mosca

“Nel mezzo di voi” va inteso proprio come il centro dell’anima umana, quel luogo simbolico che corrisponde al perno della Grande Ruota, e in cui si trova la Sorgente.

Alla Madre di Dio si sovrappone la figura della Chiesa. Non si tratta dell’istituzione religiosa, soggetta alla storia e quindi corruttibile e corrotta; ma è un simbolo luminoso, che rappresenta proprio l’Umanità che ha riscoperto Dio al suo interno.

Gentile da Fabriano, Incoronazione della Vergine (1420). Museo J. Paul Getty, Los Angeles
Gentile da Fabriano, Incoronazione della Vergine (1420). Museo J. Paul Getty, Los Angeles

La Chiesa è la Sposa dell’Agnello, nel matrimonio cosmico dell’Apocalisse; ma anche l’immagine dell’Incoronazione di Maria allude al medesimo mistero:
Dio scende a Terra, e Maria viene accolta al cielo: due movimenti diversi di un avvicinamento reciproco. L’Incoronazione è Dio che sposa l’Umanità, manifestandosi nel cuore dell’Uomo. Ciò getta una nuova luce sull’affermazione secondo cui “non è Dio ad aver creato l’uomo, ma è l’uomo ad aver creato Dio”: in un certo senso è vero, perchè l’Uomo è il terreno fertile in cui l’idea di Dio può essere concepita e manifestarsi. Già san Paolo intese la Chiesa come il corpo di Cristo: l’umanità è la materia che dà sostanza e concretizzazione a quella Volontà, che altrimenti rimarrebbe una pura astrazione priva di conseguenze.
Si configura così un paradosso, enigmatico e meraviglioso: Dio ha creato l’Uomo, e l’Uomo ha creato Dio!
Maria è una creatura, eppure nel suo seno viene concepito Dio.
Nelle icone del concepimento, Gesù Bambino è circoscritto all’interno di Maria; ma nelle raffigurazioni della Dormizione, l’anima di Maria viene dipinta con sembianze minute, quasi infantili.

14.7 dormizione

E’ all’esterno del corpo, ma è protetta dalle mani del Figlio. Il corpo di Maria viene trascinato via dalla corrente del tempo, ma il Cristo che la raccoglie si muove in quel tempo fuori dal tempo che è l’Eternità.

E’ come se l’anima di Maria fosse sempre stata, ben prima e ben dopo la sua incarnazione storica!

Ecco, l’enigma si risolve se abbandoniamo l’accezione strettamente cronologica del termine “creazione”.
“Dio ha creato l’umanità, o l’umanità ha creato Dio?” – E’ un dubbio un po’ ingenuo, che ricorda quello sull’uovo e la gallina. Che senso avrebbe, infatti, chiedersi se è venuta prima l’Eternità o il Tempo?
L’Eternità è il senso del Mondo, ed il Tempo è la manifestazione dell’Eternità, il suo svolgimento per esteso. L’Eternità è il progetto, e la creazione è l’edificio che ne viene tratto. Ma da un altro punto di vista, il Mondo è un simbolo che allude a Dio; e Dio non è qualcosa di diverso dal Mondo, ma è il significato che il Mondo crea e racconta attraverso la sua stessa esistenza.

Anche il simbolo di Maria ha però un corrispettivo oscuro!

La Prostituta di Babilonia, illustrazione dalla Bibbia di Lutero (1530)
La Prostituta di Babilonia, illustrazione dalla Bibbia di Lutero (1530)

L’Apocalisse tratteggia l’immagine della Meretrice di Babilonia con tinte vivaci e suggestive:
Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque.
Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra.»
Come il drago, anche la Donna è spesso associata all’acqua: può essere tanto sorgente di vita quanto una pericolosa palude!
Anche la Grande Meretricie è un simbolo dell’Umanità: nè è il volto più meschino e volgare. Tenete sempre in mente che la “Prostituta” non è un insulto riservato al genere femminile, ma è un’immagine che raffigura lo smarrimento in cui può cadere l’anima dell’uomo: di ogni uomo, ed anche dell’umanità nel suo complesso. La Meretrice non è in comando delle sue passioni, ma ne è schiava, come una nave senza timone in balia del vento; si allontana da Dio, e segue il Mondo, ed in ciò dimostra la sua idolatria, in quanto osserva solamente l’esteriorità, senza comprendere il senso a cui essa rimanda. Inutile dire che la condanna non è una punizione divina, ma lo stato in cui l’hanno resa le sue stesse azioni.

Per sua natura, la Donna è anche un intermediario: è grazie a questo suo ruolo che lo Spirito può incarnarsi nella materia. La sua immagine rappresenta quindi una soglia, una porta di collegamento fra stati diversi dell’essere.
Nelle Litanie Lauretane recitate durante il rosario, una delle invocazioni con cui si chiama la Vergine è proprio “Janua Coeli”: Porta del Cielo.
La Madre è l’immagine della nascita, un movimento dall’Eternità al Tempo: ma in essa è tratteggiato anche il viaggio inverso, la morte.

William-Adolphe Bouguereau, dettaglio dalla Pietà (1876). Dallas Museum of Fine Arts (Stati Uniti)
William-Adolphe Bouguereau, dettaglio dalla Pietà (1876). Dallas Museum of Fine Arts (Stati Uniti)

Nell’ambito morale, la Madre è sia Eva, che porta dall’Eden al Peccato, che Maria, tramite cui l’Uomo può ritornare allo stato di Grazia. Questa sua funzione di collegamento fra gli opposti la rende simile al serpente, e non è un caso che esso compaia sia accanto ad Eva, come tentatore, che schiacciato sotto il calcagno della Vergine, nell’iconografia dell’Immacolata Concezione.

Ripeterlo non guasta: un simbolo non si esaurisce mai in un unico significato. La Prostituta dell’Apocalisse, ad esempio, può avere sia un senso storico-politico che spirituale, e ancora può essere un ammonimento morale, e così via. Il simbolo di Maria poi è talmente complesso e profondo che sarebbe teoricamente impossibile elencare tutti i significati che sgorgano da esso!

Il simbolo è soprattutto una relazione: lui si offre, ma siamo noi a cogliere. E così il linguaggio dei simboli si adatta alle varie nazioni ed ai vari tempi in cui di volta in volta si contestualizza; ma sa anche adattare la propria voce a seconda dell’interlocutore con cui interagisce. La lettura con cui personalmente intendo il simbolo di Maria, dunque, non può che essere parziale e limitata, come una goccia in un oceano. Non vuole essere un dogma univoco, ma un suggerimento di come è possibile accostarsi alla sorgente. Sta a voi, però, chinarvi e attingervi. E’ importante infatti che siate voi ad esplorare il simbolo: solo così potrete costruire una relazione vera con essa, raccogliendone con le vostre mani il significato vivo, e non subendo passivamente un significato imposto dall’esterno.

Del piacere e del peccato

La religione cristiana ha la cattiva fama di essere contraria alla sessualità, in particolar modo quella femminile. Questa reputazione non è certo infondata, e storicamente la Chiesa si è dimostrata in più occasioni incapace di affrontare il mistero del sesso, reagendo persino in maniera violenta, come un animale impaurito quando viene messo alle strette.
Potrebbe stupirci, dunque, se entrando in una chiesa ci trovassimo di fronte all’immagine di una donna che ci porge il proprio seno su un piatto, quasi lo stesse offrendo in dono!

Francisco de Zurbarán, Sant'Agata (1630) – dettaglio. Museo Fabre, Montpellier (Francia)
Francisco de Zurbarán, Sant’Agata (1630) – dettaglio. Museo Fabre, Montpellier (Francia)

Sant’Agata fu una martire siciliana, vissuta nel III secolo. Già in giovane età si votò a Dio con l’anima ed il corpo, scegliendo di vivere in castità; la sua bellezza però attirò le attenzioni del proconsole Quinziano, che si invaghì di lei e volle farla sua.
La religione di Agata era un ostacolo, ed il proconsole pensò di prendere due piccioni con una fava. Facendo ripudiare alla ragazza la sua fede cristiana avrebbe infatti seguito quanto disposto dalla legge, che imponeva ad ogni cristiano la pubblica abiura, pena la morte; ed al tempo stesso avrebbe rimosso il principale ostacolo al soddisfacimento delle sue brame.
Agata, però, non volle saperne di rifiutare la sua fede in Cristo. Il proconsole allora la fece sequestrare, e la affidò all’insegnamento di Afrodisia, una prostituta nota per essere una donna corrotta ed estremamente lasciva.
Agata riuscì però a resistere alle tentazioni a cui la cortigiana l’esponeva continuamente, restando di animo puro anche quando posta di fronte a tutte le perversità che possono offrire le città di un impero decadente.
Quando si rese conto che la ragazza era incorruttibile, Quinziano la sottopose ad un processo, e poi la rinchiuse in prigione. Lì la martire fu sottoposta a delle strazianti torture, la più crudele delle quali fu senza dubbio la lacerazione dei seni. I seni della santa vennero strappati violentemente, con delle enormi tenaglie – una scena inumana e feroce, che poi verrà ripresa e resa celebre nell’iconografia della santa.

Sebastiano del Piombo, Il martirio di Sant'Agata (1520). Palazzo Pitti, Firenze
Sebastiano del Piombo, Il martirio di Sant’Agata (1520). Palazzo Pitti, Firenze

Agata venne quindi sottoposta al supplizio dei carboni ardenti; una scossa di terremoto, però, interruppe questa mortale tortura. La santa venne riportata in cella, in cui morì subito dopo, provata dagli spietati tormenti. Nonostante tutto, la santa rimase ferma nella sua fede fino alla fine.
La castità viene comunemente intesa come il rifiuto del sesso, come un’astinenza da tutto ciò che può dar piacere. Ma non per forza la castità è deprezzamento e rifiuto del sesso: anzi, questa ne è la declinazione più misera e superficiale. L’altra via è di considerare il sesso come qualcosa di prezioso, valorizzandolo come una cosa sacra.
L’amore carnale è il miracolo della vita, tramite cui gli opposti separati tornano ad unirsi, giungendo a quel luogo che è la sorgente stessa dell’esistenza. La castità non dev’essere per forza un divieto, ma può essere la saggezza di chi riconosce l’immensa importanza del sesso, e di conseguenza non lo disperde scialandolo ad ogni occasione, ma lo riserva alle circostanze degne del suo valore.
Non serve affatto proibirsi il piacere: tutt’altro conto però è usare il sesso per motivi futili, come per ammazzare la noia, o per pagare un debito.
In questi casi Eros mostra il suo lato oscuro. Il sesso non è il male in sè, anzi, è l’esatto opposto! Diventa però uno strumento di peccato quando viene utilizzato per piegare la volontà, schiacciando la coscienza e rendendola schiava: allora il suo dolce miracolo degrada fino a diventare una cosa laida e perversa.

13.3 pornocrazia

Facciamo un paio di esempi per capire meglio.
Maria dei Teofilatti, più famosa col nome di Marozia, fu l’amante di re e di papi, ordì intrighi ed assassini, fino a costruire un proprio potere politico basato interamente sulla lussuria. Visse nel X secolo, e stando alle parole del vescovo Liutprando di Cremona, fu “Bella come una dea, focosa come una cagna.
Dopo esser stata la concubina ufficiale del papa Sergio III, allacciò una serie di relazioni con nobili di vario rango, creando attorno a sè un circolo di potere che la rese in grado di influenzare di scegliere i nomi dei vari papi che si susseguono in quel periodo, e di condizionare attivamente la politica nei suoi vertici più importanti.
Giunse persino ad innalzare sul Soglio di Pietro il proprio figlio, che assunse il nome di Giovanni XI, e a sposare il re Ugo di Provenza, divenendo così regina d’Italia.
Quel periodo storico diverrà noto col nome di “Pornocrazia romana”! Ripetiamolo: il peccato in questo caso non è il sesso in sè, quanto il suo uso distorto, che ne fa uno strumento di potere, corruzione e ricatto.

13.4 satiri

Per capirne i pericoli è sufficiente osservare quella moderna pornocrazia che è la recente storia della politica italiana!
Ma anche nei confronti dei singoli individui il sesso viene utilizzato ed abusato verso fini del tutto dozzinali.
Basta soffermarsi a guardare le pubblicità commerciali, piene di belle ragazze svestite, di allusioni e persino di nudità gratuite. Si parla di “libertà sessuale”, ma che libertà c’è in questo sfruttamento, che utilizza senza scrupoli il corpo sensuale delle modelle per invogliarci a comprare profumi, bibite ed automobili?

Herbert James Draper, Ulisse e le sirene (1909). Ferens Art Gallery, Kingston upon Hull (Regno Unito)
Herbert James Draper, Ulisse e le sirene (1909). Ferens Art Gallery, Kingston upon Hull (Regno Unito)

Il sesso cessa di essere una gioia quando diventa una forza capace di condizionarci, anche contro la nostra volontà. Il demonio non è un essere soprannaturale, ma è una debolezza dell’animo umano, che ci rende schiavi dei nostri stessi desideri.
Non è un caso che l’origine della parola “cattivo” sia nel termine latino “captivus”, che indicava proprio i prigionieri di guerra!
Ecco, la gioia è simile al piacere che può donarci un buon bicchiere di vino; ed il peccato invece è simile alla schiavitù dell’alcolista, che non sa più rinunciare alla bottiglia, benchè non ne ricavi più alcun diletto, ma solo un amaro tormento.

Si dice che dopo la tortura al seno, a sant’Agata apparve l’apostolo Pietro, che la sanò d’ogni ferita. Il simbolo di questa guarigione ci indica proprio una via di accostamento ai misteri del sesso più semplice e pura: non più prostituzione, ma amore.
La tortura del fuoco a cui fu sottoposta la santa è un simbolo che ormai ci è ben noto. In questo caso la fiamma rappresenta in particolare proprio il bruciante mistero del sesso, che accende il corpo, ma non giunge a disturbare quella volontà trascendente rappresentata dal velo della santa, che secondo la leggenda rimase intatto anche in mezzo alle fiamme. Proprio i miracoli attribuiti al velo, che secondo la tradizione popolare sarebbe capace di domare persino il fuoco dell’Etna, sono poi della massima importanza simbolica. Anche la lava che fuoriesce dalla terra è un simbolo di quel fiume infuocato dell’animo umano a cui gli psicologi del ventesimo secolo hanno dato il nome di “libido”.

Questa corrente infuocata si può arginare, tramutandola così nel carburante che dà spinta ed energia alla volontà. Nel linguaggio della psicologia una simile operazione viene definita “sublimazione della libido”. Occorre fare attenzione: il fuoco del desiderio viene deviato dal suo corso normale, e rivolto verso una direzione specifica; ciò però non significa affatto che i risultati così conseguiti abbiano natura sessuale. Per recarci in una città con l’automobile occorre mettere la benzina nel motore, ma non per questo possiamo dire che il viaggio, o la città, sono fatti di benzina.
Sembra una cosa persino troppo logica; eppure spesso si sente dire che le vette raggiunte dalla sublimazione del desiderio “sono in realtà nient’altro che sessualità repressa”.
Uno degli esempi più elevati si può trovare nell’estasi di santa Teresa, che il Bernini seppe fissare nella pietra con un’abilità davvero fuori dal comune.

13.6 santa teresa

L’angelo sovrasta il corpo della santa, e ne sfiora la veste in maniera quasi sensuale, persino maliziosa.
Anche il volto di santa Teresa è attraversato da un brivido di piacere, rendendolo del tutto diverso dall’espressione seria e contrita che siamo abituati ad spettarci da una santa!

Gian Lorenzo Bernini, dettaglio della Transverberazione di santa Teresa d'Avila (1674). Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma
Gian Lorenzo Bernini, dettaglio della Transverberazione di santa Teresa d’Avila (1674). Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma

La stessa santa descrive così nella sua autobiografia le visioni e le sensazioni provate durante l’estasi: “Vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. Benché, infatti, spesso mi si presentino angeli, non li vedo materialmente, ma come nella visione di cui ho parlato in precedenza. In questa visione piacque al Signore che lo vedessi così: non era grande, ma piccolo e molto bello, con il volto così acceso da sembrare uno degli angeli molto elevati in gerarchia che pare che brucino tutti in ardore divino: credo che siano quelli chiamati cherubini, perché i nomi non me ridicono, ma ben vedo che nel cielo c’è tanta differenza tra angeli e angeli, e tra l’uno e l’altro di essi, che non saprei come esprimermi. Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco.
Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere quei gemiti di cui ho parlato, ma ra così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi d’altro che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto. È un idillio così soave quello che si svolge tra l’anima e Dio, che supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che mento.
L’origine del fuoco è la stessa, che sia il tormento del peccato o la sublime estasi divina; ma quanta strada separa una manifestazione dall’altra!