Contro il Serpente

All’inizio dei tempi, Adamo ed Eva vivevano in tutta tranquillità nel giardino dell’Eden. Come sempre, una mente razionale potrebbe obiettare: un luogo simile non è mai esistito, e i nostri progenitori non furono Adamo ed Eva, ma i primati da cui la razza umana si è evoluta. L’osservazione sarebbe corretta, ma mancherebbe del tutto il senso della vicenda. L’inizio dei tempi infatti non è un periodo del passato, ma è un’epoca simbolica, un tempo al di fuori del tempo: un segnale che ci ammonisce ad interpretare anche l’intero episodio in maniera simbolica. Adamo infatti non è un essere umano, ma è l’Essere Umano, un’immagine che riassume tutto ciò che l’uomo è, e tutto ciò che esso può diventare.

La creazione di Eva - incisione dallo Speculum Humanæ Salvationis (1470). Library of Congress, Washington
La creazione di Eva – incisione dallo Speculum Humanæ Salvationis (1470). Library of Congress, Washington

Eva viene creata da una costola di Adamo; anche questo è un dettaglio che potrebbe indispettire una sensibilità femminista, contrariata dall’idea che il sesso femminile sia nato per secondo, in modo derivativo da quello maschile.
Di nuovo, il significato profondo del simbolo va ben oltre queste bagatelle.
Eva è l’Anima, un simbolo che racchiude in sè la vita, ed al tempo un intermediario fra gli opposti, fra il corpo e lo spirito, fra il tempo e l’eternità.
Che Eva sia nata da Adamo significa che l’anima germoglia e fiorisce in seno all’Umanità – non è questo un significato più grande e degno d’ammirazione rispetto alle misere liti fra maschi e femmine?

William Blake, Eva tentata dal Serpente (1799). Victoria and Albert Museum, Londra
William Blake, Eva tentata dal Serpente (1799). Victoria and Albert Museum, Londra

La donna è l’intermediario fra l’eternità ed il tempo, dicevamo; e non è un caso, dunque, che il serpente abbia scelto lei come porta d’ingresso per giungere ad Adamo.
Il serpente tentò la donna; Eva colse il frutto proibito, e lo mangiò assieme ad Adamo.
La storia è nota a tutti: il Signore si adirò per la loro disobbedienza, li maledisse e li scacciò dall’Eden, consegnandoli al potere della Morte.
Il simbolo del peccato originale è così vivo ed importante che ne sono state proposte innumerevoli interpretazioni, storiche, psicologiche o religiose che siano.
Ognuna di esse è valida, ma nessuna giunge ad esaurirne in sè stessa il significato: il simbolo infatti è come una sorgente, che produce tanta più acqua quanta più se ne attinge.

Noi seguiremo una via in particolare, pur tenendo a mente che non si tratta certo dell’unica, nè che è più importante delle altre.
Nella Genesi è scritto che subito dopo il loro peccato di disobbedienza, “l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio”. In questo passaggio è possibile intravedere la chiave del mistero: la perdita del Paradiso Terrestre non fu una punizione. Il Padreterno non è certo un contadino geloso dei suoi frutti!
Dio rappresenta l’Eternità, lo stato di beatitudine di chi si eleva sopra le torture crudeli ed insensate del tempo; e l’Eden non è un luogo fisico, ma la condizione di chi si trova al cospetto di tale Eternità. Il peccato non è trasgredire un insensato comando di Dio, ma è proprio l’atto di allontanarsi da esso. La trasgressione, la punizione e la caduta sono tre prospettive diverse d’un unico movimento, con il quale l’uomo si separa da Dio. Parimenti il simbolo di Satana non raffigura soltanto il male come principio attivo, ma è anche l’immagine dello stato dell’uomo dopo la sua caduta. Il diavolo non è un personaggio da fumetto, ma è un luogo spirituale, folle, insensato ed autodistruttivo, reso amaro dalla più crudele delle nostalgie.
Così, il serpente è il veleno che allontana da Dio, una potenzialità dell’anima umana di scostarsi dal Padreterno, da ciò che la parola “Dio” significa.
La strada da Dio a Satana è l’allontanamento che porta dal centro alla caotica estremità della ruota.
Il corpo del serpente è lungo e stretto, e si potrebbe schematizzarlo con una linea; e non sarebbe esagerato dire che quella linea rappresenta una strada. Il serpente è infatti una via di collegamento fra l’eternità ed il tempo, fra lo stato di grazia e quello del peccato.
C’è una leggenda, le cui varianti molto diffuse dimostrano l’importanza simbolica: una terra è afflitta da un’invasione di serpenti velenosi, ma l’arrivo di un santo finisce col scacciare i rettili, permettendo così una vita tranquilla agli abitanti di quei luoghi.
San Giulio, ad esempio, esiliò i serpenti dall’isola del lago d’Orta; in maniera simile, san Patrizio liberò l’Irlanda, ricacciando in mare tutti le serpi velenose:

San Patrizio scaccia i serpenti dall’Irlanda - Vetrata della cattedrale di Southwark, Londra
San Patrizio scaccia i serpenti dall’Irlanda – Vetrata della cattedrale di Southwark, Londra

Dal punto di vista storico, l’esilio dei serpenti rappresenta la predicazione cristiana contro il paganesimo; ma in un’ottica più elevata, la serpe è il veleno del peccato, ed il santo è un modello di condotta morale e spirituale capace di resistergli.
Questa interpretazione calza a pennello in tutti gli episodi leggendari in cui un santo si dimostra immune al veleno.
La santità non è un esilio dal mondo, non è tenersi lontani dalla tentazione, ma imparare a resisterle, diventare più forti del richiamo del peccato.
Fate attenzione: il peccato non è, come tanti credono, l’atto gioioso con cui ci si gode la vita. Il piacere del sesso, la buona tavola, la curiosità intellettuale e persino il brivido del potere: nessuna di queste gioie rappresenta di per sè stessa un peccato. Il vero peccato è quando il godimento diventa compulsivo, un comando a cui non si sa più dire di no, di fronte al quale persino la volontà ed il buon senso diventano impotenti.

Certo, il terreno fra la gioia e il peccato è scivoloso, e per evitare il secondo molti si precludono anche il primo; ma così facendo vivono solo a metà, e sprecano così la preziosa opportunità che l’esistenza dona loro.
Il santo è il simbolo di una condizione spirituale, la purezza talmente forte da resistere ad ogni contaminazione. Nel Vangelo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare.
Questo tema è sviluppato in un importante episodio simbolico, riportato negli Atti degli Apostoli.

San Paolo brucia il serpente – scultura sulla porta di Mdina (Malta)
San Paolo brucia il serpente – scultura sulla porta di Mdina (Malta)

San Paolo era approdato sull’Isola di Malta, dopo essersi salvato da un naufragio (capirete che anche questo particolare ha un significato per nulla secondario).
Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male.
Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio.

Emblema ispirato all'episodio di san Paolo e il serpente, dal libro Devi-ses heroïques di Claude Paradin (1557) . Libreria dell'università di Glasgow
Emblema ispirato all’episodio di san Paolo e il serpente, dal libro Devi-ses heroïques di Claude Paradin (1557) . Libreria dell’università di Glasgow

L’immunità al veleno è un tema ricorrente nelle storie dei santi. La Legenda Aurea riporta ad esempio un significativo episodio della vita di san Giorgio. Fra i vari modi con cui il prefetto Daciano tentò di uccidere il santo, infatti, ci fu anche il veleno: “Mescolò il veleno al vino che offrì a san Giorgio, perchè lo bevesse. L’uomo di Dio fece sopra al veleno il segno della croce, e dopo averlo bevuto non ne riportò alcun male.
Resistere al veleno è un elemento fondamentale per poter sconfiggere il drago!

Processione di san Domenico durante la festa dei serpari a Cocullo (Abruzzo). Foto di Antonella Bazzoli
Processione di san Domenico durante la festa dei serpari a Cocullo (Abruzzo). Foto di Antonella Bazzoli

A Cocullo si tiene ogni anno una suggestiva processione, in cui la statua di san Domenico viene portata per il paese, ricoperta da serpenti di ogni tipo, catturati appositamente per l’occasione.

Molto probabilmente questa tradizione ha le sue radici in usanze che risalgono ai tempi del paganesimo. Addossare i serpenti al santo, però, è anche un modo di nnullare la loro velenosa influenza, controbilanciandola con il luminoso potere del santo.

Il serpente, dicevamo, è una via di collegamento fra la beatitudine dell’Eden e le sofferenze del Mondo, fra il candore dell’innocenza e la sporca fiamma del peccato. Ma la strada si può percorrere in entrambe le direzioni, e così esso può divenire il sentiero che conduce nuovamente al paradiso, il raggio che dalla tortura della ruota arriva al sole che splende al suo centro.
La simbologia del serpente infatti è altamente ambivalente. La sua capacità di perdere la pelle lo rende un’immagine di guarigione e rinnovamento. L’agilità con cui egli striscia nelle pieghe nascoste della terra, per poi emergere dal sottosuolo, sembra inoltre alludere a quella possibilità di scendere nell’Abisso e ritornavi incolumi, che tanta importanza ha nella simbologia cristiana.
Nelle mani d’un sapiente, il veleno della serpe può anche diventare una cura contro il male!

Nella Bibbia è riportato un episodio i cui enigmi hanno da sempre tormentato la fede di coloro che non sanno vedere oltre le apparenze.
Dopo la fuga dall’Egitto, il popolo di Israele si trovava nel deserto. L’Esodo non è solamente la storia di un popolo che migra, ma è anche un racconto per immagini simboliche: Israele è lo spirito, e l’Egitto è quel mondo in cui il vento infiammato delle passioni schiaccia ogni volontà, piegandola ad una penosa schiavitù. Uscire dall’Egitto significa affrancarsi dalla miseria di questa prigionia spirituale; la Terra Promessa è un’immagine dell’Eden perduto, ma per raggiungervi bisogna attraversare un penoso deserto.
E’ proprio in questo deserto che il popolo di Israele si ribella contro Dio:
Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti.»
Anche in questo caso si configura lo stesso simbolo della caduta di Adamo ed Eva: il deserto è uno stato dello spirito segnato dal vuoto, dall’assenza di Dio, e la ribellione ne è l’espressione sotto forma di azione. I serpenti non sono una punizione di un Signore eccessivamente suscettibile, ma la diretta conseguenza dell’allontanamento di Israele da Dio. La storia però non termina qui; gli Israeliti si pentirono, e pregarono Mosè di intercedere presso il Signore perchè ponesse fine alle loro pene.

Mosè e il serpente di rame, Altare della chiesa di San Nicola ad Haslach an der Mühl (Austria)
Mosè e il serpente di rame, Altare della chiesa di San Nicola ad Haslach an der Mühl (Austria)

Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita».
Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.
Il veleno si cura con il veleno, al serpente si rimedia con il serpente. Può sembrare blasfemo che proprio la via del serpente possa essere percorsa per ritornare allo stato di grazia; ma persino il Cristo, nel Vangelo di Giovanni, si paragona al serpente di Mosè, e allude senza troppi giri di parole al sentiero che collega il cielo alla terra:
Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Medaglia commemorativa - incisione tratta da "Das guldene und sil-berne Ehren-Gedächtniß des Theuren Gottes-Lehrers D. Martini Lu-theri" di Christian Juncker (1706). Biblioteca di Dresda (Germania)
Medaglia commemorativa – incisione tratta da “Das guldene und sil-berne Ehren-Gedächtniß des Theuren Gottes-Lehrers D. Martini Lu-theri” di Christian Juncker (1706). Biblioteca di Dresda (Germania)

E’ per tale motivo che il serpente di Mosè spesso è disegnato mentre è avvolto non su una semplice asta, ma su una croce!

Anche san Giovanni evangelista rientra nel novero dei santi immuni al veleno. Nella Legenda Aurea, infatti, si racconta un episodio, simile a quello occorso a san Giorgio:
Allora Aristodemo, il pontefice degli idoli, eccitò gli animi del popolo così che una parte della popolazione si preparava a combattere contro l’altra.
Disse san Giovanni: «Che cosa vuoi che faccia per placarti?»
Rispose Aristodemo: «Se vuoi che io creda bevi il veleno che ti darò: se non ti darà alcun male crederò nel tuo Dio.»
«Farò come hai detto», disse l’apostolo.
E Aristodemo: «Voglio che tu veda prima altri morire per l’effetto di questo veleno onde tu ne abbia un più grande timore.»
Fece venire due condannati a morte e dette loro il veleno da bere: non appena lo ebbero bevuto morirono. Anche l’apostolo prese il bicchiere, si fece il segno della croce e bevve tutto il veleno ma non gli successe alcunché di male.
Il santo completò l’opera resuscitando i due disgraziati morti prima di lui.

Hans Memling, Il Calice di San Giovanni Evangelista (1470). National Gallery of Art, Washington
Hans Memling, Il Calice di San Giovanni Evangelista (1470). National Gallery of Art, Washington

Da questo racconto nasce l’affascinante iconografia di san Giovanni che stringe in mano un calice dal quale esce un serpente, o un drago.
Questa raffigurazione, però, lascia trasparire un significato ancora più profondo rispetto alla semplice immunità al veleno narrata nella Legenda Aurea.
Il calice che san Giovanni tiene in mano è infatti un’immagine di quello che alcune tradizioni chiamano “cuore”, che non è certo il miocardio in quanto organo fisico, ma che è piuttosto uno spazio simbolico all’interno dell’anima, in cui il morso velenoso del serpente riesce a trasformarsi nella medicina che cura ogni male spirituale.

Alonzo Cano, San Giovanni Evangelista (1635). Museo del Louvre, Pa-rigi
Alonzo Cano, San Giovanni Evangelista (1635). Museo del Louvre, Pa-rigi

Autore: Francesco Boer

www.francescoboer.com

2 pensieri riguardo “Contro il Serpente”

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