Il Giudizio Universale

Alla fine dei tempi avverrà il Giudizio Universale: un terribile processo, in cui ogni uomo dovrà rendere conto delle sue azioni, delle sue colpe e delle sue mancanze. A chi si è comportato bene sarà riservato il Paradiso, ma di contro agli animi malvagi andranno in sorte pene eterne, così crudeli da far rabbrividire al solo pensiero.

Mosaici della Basilica di Torcello (Venezia)
Mosaici della Basilica di Torcello (Venezia)

E’ giusto che vi sia una prospettiva così spaventosa come saldo finale dell’esistenza: in questo modo chi è oppresso troverà consolazione nell’immaginare la futura punizione dei suoi persecutori, mentre chi è di indole disonesta troverà in simili minacce un freno alle sue tendenze.

Ciò però vale soltanto per chi ha la dolce ingenuità di credere alla lettera. Coloro che hanno gli occhi più aperti iniziano invece a dubitare di questi fantasiosi racconti. Ci sono troppi dettagli che non quadrano! E’ Dio che ha creato il mondo; ma se Dio è perfetto, perchè una parte del suo creato è malvagia?
Se è sua la colpa, è lui che dev’essere giudicato, mica noi! E poi, il messaggio cristiano non predica forse il perdono? Perchè allora Dio non dovrebbe perdonare i peccati, invece di punirli con tanta ira?
Cerchiamo quindi di accostarci al simbolo con le chiavi che abbiamo raccolto finora. Come l’inizio, anche “la fine dei tempi” non è infatti un periodo collocabile nella scala del tempo, ma è un momento simbolico posto al di fuori di esso. Da questa atemporalità, il simbolo irraggia il suo significato nel mondo temporale, nella storia dei regni e nelle vite degli uomini. Si parla di “tempi”, al plurale, perchè il giudizio è il culmine di ogni singolo ciclo, piccolo o grande che sia: l’ascesa ed il declino di un impero, la nascita e la morte d’un uomo, persino il tramonto di un giorno o lo scorrere di una singola ora.

Giudizio Universale, Chiesa di San Michele a Riva Valdobbia (Pie-monte)
Giudizio Universale, Chiesa di San Michele a Riva Valdobbia (Pie-monte)

L’immagine dell’affresco è costruita sapientemente attorno al rosone, una ruota che crea un enorme movimento circolare: in salita alla destra del Giudice, e in discesa alla sua sinistra. L’artista ha saputo sfruttare ogni particolarità del muro da decorare: così anche la porta, invece d’esser un ostacolo, è diventata parte integrante dell’immagine, simbolo di quella soglia fra i mondi di cui l’arcangelo Michele è il guardiano.

Il giudizio può essere inteso in due modi.
Il primo è la totalità di tutto ciò che è stato: in tal senso, il giudizio di un uomo sarà la somma di tutte le sue azioni, dei suoi pensieri, delle sue gioie e delle disperazioni, di volontà e tradimenti, convinzioni e menzogne. Ogni singolo istante viene ricompreso come se lo vedessimo in un attimo solo: un tale giudizio si colloca alla fine, perchè solo allora la totalità è compiuta.

Ercole Ramazzani, Giudizio Universale (1597). Collegiata di San Me-dardo ad Arcevia (Marche) - Foto del Comune di Arcevia
Ercole Ramazzani, Giudizio Universale (1597). Collegiata di San Me-dardo ad Arcevia (Marche) – Foto del Comune di Arcevia

L’altro modo è di considerare la finalità del ciclo, il suo scopo: il giudizio peserà allora sulle conseguenze, su ciò che è stato conquistato o raggiunto. “Fine dei tempi” diviene così un concetto teleologico, non il termine di un periodo, ma la sua finalità.
E’ a questo ultimo aspetto che si riferisce Gesù nei vangeli, quando afferma che “ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore.

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Hans Memling, trittico del Giudizio Universale (1467). Muzeum Narodowe di Danzica (Polonia)

Notate come ricorre la forma circolare della composizione! Ma osservate anche l’aspetto del Giudice: la mano destra punta verso l’alto, e da quel lato dalla sua bocca esce un fiore. Dall’altra parte invece c’è una spada, e la mano è tesa verso il basso.

I giudizi di cui abbiamo parlato finora, però, riguardano frazioni dell’esistenza. Che siano piccole, come un singolo individuo, o grandi come una nazione intera – rispetto al Tutto, rimangono sempre schegge.
Il Grande Giudizio, invece, è universale.
Nella Genesi, Dio creò un cielo separato dalla terra, configurando così la divisione fra l’eternità ed il tempo. Avevamo detto che “ciò che è separato tende inevitabilmente a ricongiungersi”, e ciò è esattamente quanto accade nel simbolo del Giudizio Universale.
Ricordate la meridiana di Metlika? Dalla mano destra di Dio sgorga il fiume del tempo, e nella sinistra l’arco si chiude, ritornando al Padreterno. Ecco, la sorgente è la Genesi, e la mano sinistra è il Giudizio!
Nel Vangelo di Giovanni, il Salvatore afferma: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”.

Dal punto di vista del tempo, il Giudizio è divisione: i santi in alto e il diavolo in basso, i buoni a destra ed i cattivi a sinistra.
Ma visto sub specie aeternitatis, lo stesso Giudizio è una riunione, l’atto con cui Dio conosce la sua creazione, il Grande Matrimonio in cui il Cosmo si riunisce al suo Creatore.

Friedrich Pacher, Cristo nel Limbo (1460). Museum of Fine Arts, Bu-dapest
Friedrich Pacher, Cristo nel Limbo (1460). Museum of Fine Arts, Bu-dapest

Il Diavolo, inteso come distanza da Dio, sarà sconfitto: non si tratta di una condanna, ma dell’abolizione di una lontananza che il ricongiungimento comporta. Tutto il resto sarà salvato.
Nel Giudizio, Dio coglie gli aspetti puri e buoni dell’esistenza, come se fossero le primizie d’un orto. Ciò che resta però non viene gettato via, ma al contrario viene sottoposto ad una lunga lavorazione chimico-spirituale. Il fuoco dell’Inferno è infatti un processo di purificazione, e la sua durata non è eterna: anche in questo caso “eterno” è un allusione al significato simbolico dell’Inferno, che non è un luogo di condanna, ma un immenso lavoro di restaurazione, che dura lungo tutto il tempo, e che anzi in un certo senso coincide con il tempo stesso.

Jehan Bellegambe, Giudizio Universale (1523). Gemäldegalerie, Ber-lino
Jehan Bellegambe, Giudizio Universale (1523). Gemäldegalerie, Ber-lino

Riconoscete gli strumenti dell’Inferno? La ruota, la macina di mulino, il fuoco… Li abbiamo già visti nei simboli della morte dei santi: mezzi di trasformazione, i passi di un lungo processo di purificazione.E’ questo il grande perdono, per cui ogni cosa verrà salvata, e persino il male stesso sarà redento; allora verranno quelli che negli Atti degli Apostoli sono chiamati i “tempi della restaurazione di tutte le cose”.

Jehan Bellegambe, Giudizio Universale, (dettaglio)
Jehan Bellegambe, Giudizio Universale, (dettaglio)

La riunione però non sarà un vano ritorno alla mescolanza iniziale: il Giudizio Universale non sarà un riassorbimento o una consumazione, ma sarà uno sposalizio fra l’eternità ed il tempo. La creazione ritornerà a Dio, ma da un altro punto di vista, sarà Dio a fare finalmente il suo ingresso nell’universo.
Questo è uno dei significati del simbolo delle nozze dell’Agnello, in cui culmina l’Apocalisse:
Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta.
Se queste parole vi sembrano eccessivamente mistiche e distanti, ricordatevi di quanto abbiamo appreso finora, e consideratele come immagini simboliche: modelli atemporali, di cui dobbiamo cercare il significato applicato alla nostra esistenza mondana. “La fine dei tempi è vicina”: non significa che gli anni stanno per terminare, ma che il simbolo della Fine si riflette costantemente in ogni secondo dell’esistenza.

Rogier van der Weyden, dettaglio dal polittico del Giudizio Universale (1446). Musée de l'Hôtel Dieu, Beaune (Francia)
Rogier van der Weyden, dettaglio dal polittico del Giudizio Universale (1446). Musée de l’Hôtel Dieu, Beaune (Francia)

Una precisazione: abbiamo considerato il Male come una lontananza da Dio, ma ciò non ne sminuisce la concreta realtà, nè il suo aspetto autonomo. Allo stesso modo, il freddo non è un’energia della fisica, ma è la mera percezione della mancanza di calore: ma provate a spiegarlo ad un disgraziato che sta morendo assiderato! Il male appare come animato di una volontà propria, ed è anche a questo aspetto che allude il simbolo del Diavolo. Un’interpretazione non esclude l’altra, e se abbiamo favorito un aspetto in particolare è perchè questo viene in genere trascurato nel pensiero comune.

Il male è dunque lontananza da Dio, ma allo stesso tempo appare anche come una forza attiva, dotata di testa propria.

La tentazione di Cristo, illustrazione da un salterio (1240). British Library
La tentazione di Cristo, illustrazione da un salterio (1240). British Library

Su questa duplicità occorrerebbe meditare a fondo: in maniera simile, l’indifferenza nei confronti del prossimo non è un’azione concreta, eppure quanto dolore nasce da essa!

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Contro il Serpente

All’inizio dei tempi, Adamo ed Eva vivevano in tutta tranquillità nel giardino dell’Eden. Come sempre, una mente razionale potrebbe obiettare: un luogo simile non è mai esistito, e i nostri progenitori non furono Adamo ed Eva, ma i primati da cui la razza umana si è evoluta. L’osservazione sarebbe corretta, ma mancherebbe del tutto il senso della vicenda. L’inizio dei tempi infatti non è un periodo del passato, ma è un’epoca simbolica, un tempo al di fuori del tempo: un segnale che ci ammonisce ad interpretare anche l’intero episodio in maniera simbolica. Adamo infatti non è un essere umano, ma è l’Essere Umano, un’immagine che riassume tutto ciò che l’uomo è, e tutto ciò che esso può diventare.

La creazione di Eva - incisione dallo Speculum Humanæ Salvationis (1470). Library of Congress, Washington
La creazione di Eva – incisione dallo Speculum Humanæ Salvationis (1470). Library of Congress, Washington

Eva viene creata da una costola di Adamo; anche questo è un dettaglio che potrebbe indispettire una sensibilità femminista, contrariata dall’idea che il sesso femminile sia nato per secondo, in modo derivativo da quello maschile.
Di nuovo, il significato profondo del simbolo va ben oltre queste bagatelle.
Eva è l’Anima, un simbolo che racchiude in sè la vita, ed al tempo un intermediario fra gli opposti, fra il corpo e lo spirito, fra il tempo e l’eternità.
Che Eva sia nata da Adamo significa che l’anima germoglia e fiorisce in seno all’Umanità – non è questo un significato più grande e degno d’ammirazione rispetto alle misere liti fra maschi e femmine?

William Blake, Eva tentata dal Serpente (1799). Victoria and Albert Museum, Londra
William Blake, Eva tentata dal Serpente (1799). Victoria and Albert Museum, Londra

La donna è l’intermediario fra l’eternità ed il tempo, dicevamo; e non è un caso, dunque, che il serpente abbia scelto lei come porta d’ingresso per giungere ad Adamo.
Il serpente tentò la donna; Eva colse il frutto proibito, e lo mangiò assieme ad Adamo.
La storia è nota a tutti: il Signore si adirò per la loro disobbedienza, li maledisse e li scacciò dall’Eden, consegnandoli al potere della Morte.
Il simbolo del peccato originale è così vivo ed importante che ne sono state proposte innumerevoli interpretazioni, storiche, psicologiche o religiose che siano.
Ognuna di esse è valida, ma nessuna giunge ad esaurirne in sè stessa il significato: il simbolo infatti è come una sorgente, che produce tanta più acqua quanta più se ne attinge.

Noi seguiremo una via in particolare, pur tenendo a mente che non si tratta certo dell’unica, nè che è più importante delle altre.
Nella Genesi è scritto che subito dopo il loro peccato di disobbedienza, “l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio”. In questo passaggio è possibile intravedere la chiave del mistero: la perdita del Paradiso Terrestre non fu una punizione. Il Padreterno non è certo un contadino geloso dei suoi frutti!
Dio rappresenta l’Eternità, lo stato di beatitudine di chi si eleva sopra le torture crudeli ed insensate del tempo; e l’Eden non è un luogo fisico, ma la condizione di chi si trova al cospetto di tale Eternità. Il peccato non è trasgredire un insensato comando di Dio, ma è proprio l’atto di allontanarsi da esso. La trasgressione, la punizione e la caduta sono tre prospettive diverse d’un unico movimento, con il quale l’uomo si separa da Dio. Parimenti il simbolo di Satana non raffigura soltanto il male come principio attivo, ma è anche l’immagine dello stato dell’uomo dopo la sua caduta. Il diavolo non è un personaggio da fumetto, ma è un luogo spirituale, folle, insensato ed autodistruttivo, reso amaro dalla più crudele delle nostalgie.
Così, il serpente è il veleno che allontana da Dio, una potenzialità dell’anima umana di scostarsi dal Padreterno, da ciò che la parola “Dio” significa.
La strada da Dio a Satana è l’allontanamento che porta dal centro alla caotica estremità della ruota.
Il corpo del serpente è lungo e stretto, e si potrebbe schematizzarlo con una linea; e non sarebbe esagerato dire che quella linea rappresenta una strada. Il serpente è infatti una via di collegamento fra l’eternità ed il tempo, fra lo stato di grazia e quello del peccato.
C’è una leggenda, le cui varianti molto diffuse dimostrano l’importanza simbolica: una terra è afflitta da un’invasione di serpenti velenosi, ma l’arrivo di un santo finisce col scacciare i rettili, permettendo così una vita tranquilla agli abitanti di quei luoghi.
San Giulio, ad esempio, esiliò i serpenti dall’isola del lago d’Orta; in maniera simile, san Patrizio liberò l’Irlanda, ricacciando in mare tutti le serpi velenose:

San Patrizio scaccia i serpenti dall’Irlanda - Vetrata della cattedrale di Southwark, Londra
San Patrizio scaccia i serpenti dall’Irlanda – Vetrata della cattedrale di Southwark, Londra

Dal punto di vista storico, l’esilio dei serpenti rappresenta la predicazione cristiana contro il paganesimo; ma in un’ottica più elevata, la serpe è il veleno del peccato, ed il santo è un modello di condotta morale e spirituale capace di resistergli.
Questa interpretazione calza a pennello in tutti gli episodi leggendari in cui un santo si dimostra immune al veleno.
La santità non è un esilio dal mondo, non è tenersi lontani dalla tentazione, ma imparare a resisterle, diventare più forti del richiamo del peccato.
Fate attenzione: il peccato non è, come tanti credono, l’atto gioioso con cui ci si gode la vita. Il piacere del sesso, la buona tavola, la curiosità intellettuale e persino il brivido del potere: nessuna di queste gioie rappresenta di per sè stessa un peccato. Il vero peccato è quando il godimento diventa compulsivo, un comando a cui non si sa più dire di no, di fronte al quale persino la volontà ed il buon senso diventano impotenti.

Certo, il terreno fra la gioia e il peccato è scivoloso, e per evitare il secondo molti si precludono anche il primo; ma così facendo vivono solo a metà, e sprecano così la preziosa opportunità che l’esistenza dona loro.
Il santo è il simbolo di una condizione spirituale, la purezza talmente forte da resistere ad ogni contaminazione. Nel Vangelo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare.
Questo tema è sviluppato in un importante episodio simbolico, riportato negli Atti degli Apostoli.

San Paolo brucia il serpente – scultura sulla porta di Mdina (Malta)
San Paolo brucia il serpente – scultura sulla porta di Mdina (Malta)

San Paolo era approdato sull’Isola di Malta, dopo essersi salvato da un naufragio (capirete che anche questo particolare ha un significato per nulla secondario).
Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male.
Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio.

Emblema ispirato all'episodio di san Paolo e il serpente, dal libro Devi-ses heroïques di Claude Paradin (1557) . Libreria dell'università di Glasgow
Emblema ispirato all’episodio di san Paolo e il serpente, dal libro Devi-ses heroïques di Claude Paradin (1557) . Libreria dell’università di Glasgow

L’immunità al veleno è un tema ricorrente nelle storie dei santi. La Legenda Aurea riporta ad esempio un significativo episodio della vita di san Giorgio. Fra i vari modi con cui il prefetto Daciano tentò di uccidere il santo, infatti, ci fu anche il veleno: “Mescolò il veleno al vino che offrì a san Giorgio, perchè lo bevesse. L’uomo di Dio fece sopra al veleno il segno della croce, e dopo averlo bevuto non ne riportò alcun male.
Resistere al veleno è un elemento fondamentale per poter sconfiggere il drago!

Processione di san Domenico durante la festa dei serpari a Cocullo (Abruzzo). Foto di Antonella Bazzoli
Processione di san Domenico durante la festa dei serpari a Cocullo (Abruzzo). Foto di Antonella Bazzoli

A Cocullo si tiene ogni anno una suggestiva processione, in cui la statua di san Domenico viene portata per il paese, ricoperta da serpenti di ogni tipo, catturati appositamente per l’occasione.

Molto probabilmente questa tradizione ha le sue radici in usanze che risalgono ai tempi del paganesimo. Addossare i serpenti al santo, però, è anche un modo di nnullare la loro velenosa influenza, controbilanciandola con il luminoso potere del santo.

Il serpente, dicevamo, è una via di collegamento fra la beatitudine dell’Eden e le sofferenze del Mondo, fra il candore dell’innocenza e la sporca fiamma del peccato. Ma la strada si può percorrere in entrambe le direzioni, e così esso può divenire il sentiero che conduce nuovamente al paradiso, il raggio che dalla tortura della ruota arriva al sole che splende al suo centro.
La simbologia del serpente infatti è altamente ambivalente. La sua capacità di perdere la pelle lo rende un’immagine di guarigione e rinnovamento. L’agilità con cui egli striscia nelle pieghe nascoste della terra, per poi emergere dal sottosuolo, sembra inoltre alludere a quella possibilità di scendere nell’Abisso e ritornavi incolumi, che tanta importanza ha nella simbologia cristiana.
Nelle mani d’un sapiente, il veleno della serpe può anche diventare una cura contro il male!

Nella Bibbia è riportato un episodio i cui enigmi hanno da sempre tormentato la fede di coloro che non sanno vedere oltre le apparenze.
Dopo la fuga dall’Egitto, il popolo di Israele si trovava nel deserto. L’Esodo non è solamente la storia di un popolo che migra, ma è anche un racconto per immagini simboliche: Israele è lo spirito, e l’Egitto è quel mondo in cui il vento infiammato delle passioni schiaccia ogni volontà, piegandola ad una penosa schiavitù. Uscire dall’Egitto significa affrancarsi dalla miseria di questa prigionia spirituale; la Terra Promessa è un’immagine dell’Eden perduto, ma per raggiungervi bisogna attraversare un penoso deserto.
E’ proprio in questo deserto che il popolo di Israele si ribella contro Dio:
Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d’Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti.»
Anche in questo caso si configura lo stesso simbolo della caduta di Adamo ed Eva: il deserto è uno stato dello spirito segnato dal vuoto, dall’assenza di Dio, e la ribellione ne è l’espressione sotto forma di azione. I serpenti non sono una punizione di un Signore eccessivamente suscettibile, ma la diretta conseguenza dell’allontanamento di Israele da Dio. La storia però non termina qui; gli Israeliti si pentirono, e pregarono Mosè di intercedere presso il Signore perchè ponesse fine alle loro pene.

Mosè e il serpente di rame, Altare della chiesa di San Nicola ad Haslach an der Mühl (Austria)
Mosè e il serpente di rame, Altare della chiesa di San Nicola ad Haslach an der Mühl (Austria)

Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita».
Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita.
Il veleno si cura con il veleno, al serpente si rimedia con il serpente. Può sembrare blasfemo che proprio la via del serpente possa essere percorsa per ritornare allo stato di grazia; ma persino il Cristo, nel Vangelo di Giovanni, si paragona al serpente di Mosè, e allude senza troppi giri di parole al sentiero che collega il cielo alla terra:
Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Medaglia commemorativa - incisione tratta da "Das guldene und sil-berne Ehren-Gedächtniß des Theuren Gottes-Lehrers D. Martini Lu-theri" di Christian Juncker (1706). Biblioteca di Dresda (Germania)
Medaglia commemorativa – incisione tratta da “Das guldene und sil-berne Ehren-Gedächtniß des Theuren Gottes-Lehrers D. Martini Lu-theri” di Christian Juncker (1706). Biblioteca di Dresda (Germania)

E’ per tale motivo che il serpente di Mosè spesso è disegnato mentre è avvolto non su una semplice asta, ma su una croce!

Anche san Giovanni evangelista rientra nel novero dei santi immuni al veleno. Nella Legenda Aurea, infatti, si racconta un episodio, simile a quello occorso a san Giorgio:
Allora Aristodemo, il pontefice degli idoli, eccitò gli animi del popolo così che una parte della popolazione si preparava a combattere contro l’altra.
Disse san Giovanni: «Che cosa vuoi che faccia per placarti?»
Rispose Aristodemo: «Se vuoi che io creda bevi il veleno che ti darò: se non ti darà alcun male crederò nel tuo Dio.»
«Farò come hai detto», disse l’apostolo.
E Aristodemo: «Voglio che tu veda prima altri morire per l’effetto di questo veleno onde tu ne abbia un più grande timore.»
Fece venire due condannati a morte e dette loro il veleno da bere: non appena lo ebbero bevuto morirono. Anche l’apostolo prese il bicchiere, si fece il segno della croce e bevve tutto il veleno ma non gli successe alcunché di male.
Il santo completò l’opera resuscitando i due disgraziati morti prima di lui.

Hans Memling, Il Calice di San Giovanni Evangelista (1470). National Gallery of Art, Washington
Hans Memling, Il Calice di San Giovanni Evangelista (1470). National Gallery of Art, Washington

Da questo racconto nasce l’affascinante iconografia di san Giovanni che stringe in mano un calice dal quale esce un serpente, o un drago.
Questa raffigurazione, però, lascia trasparire un significato ancora più profondo rispetto alla semplice immunità al veleno narrata nella Legenda Aurea.
Il calice che san Giovanni tiene in mano è infatti un’immagine di quello che alcune tradizioni chiamano “cuore”, che non è certo il miocardio in quanto organo fisico, ma che è piuttosto uno spazio simbolico all’interno dell’anima, in cui il morso velenoso del serpente riesce a trasformarsi nella medicina che cura ogni male spirituale.

Alonzo Cano, San Giovanni Evangelista (1635). Museo del Louvre, Pa-rigi
Alonzo Cano, San Giovanni Evangelista (1635). Museo del Louvre, Pa-rigi

Contro il Drago

Nel simbolo della decapitazione abbiamo intravisto un riflesso di quel taglio che divide in due l’esistenza stessa, una frattura scomposta che si manifesta in ogni possibile livello interpretativo. Dopo il colpo di spada, la testa viene separata dal corpo; da un lato rimane il bene, dall’altro il male; luce contro l’oscurità, ordine e caos, autocontrollo ed istinto, e via di questo passo.
Nonostante l’origine comune, i due princìpi sono sempre in lotta fra loro; anzi, la causa della battaglia è proprio la loro comune provenienza. Ciò che è separato tende inevitabilmente a ricongiungersi, ma nessuna delle parti in causa è disposta a riunirsi all’altra; farlo significherebbe compiere un pericoloso passo all’indietro, un ritorno a quella mescolanza iniziale confusa ed indistinta.

Maestro di Santa Verdiana, L'arcangelo Michele sconfigge il drago (1380). Walters Art Museum, Baltimora
Maestro di Santa Verdiana, L’arcangelo Michele sconfigge il drago (1380). Walters Art Museum, Baltimora

La battaglia del santo contro il drago è un particolare aspetto di questa contrapposizione, una nuova forma esteriore della lotta, un’immagine che ricomprende in sè tutti gli altri possibili significati del conflitto.
La lotta dell’arcangelo Michele contro il drago è raccontata nell’Apocalisse:
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il Diavolo e Satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.

Dio allontana Satana dal cielo, e lo scaglia a terra. Il cielo è l’eternità, e la terra è il regno del tempo: anche la separazione fra tempo ed eternità è infatti un’ennesima variante della stessa contrapposizione.

Antonio Canova, La Creazione (1820). Gallerie dell'Accademia di Venezia
Antonio Canova, La Creazione (1820). Gallerie dell’Accademia di Venezia

Nella Genesi, Dio crea una serie consecutiva di coppie di opposti, come se stesse operando altrettanti tagli ontologici: la terra ed il cielo, la luce e l’oscurità.
Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo.
Da un lato Dio crea le acque di base, separandole dal cielo; dall’altro egli allontana dal cielo il grande drago. Come avrete già capito, si tratta dello stesso episodio, visto da due prospettive simboliche diverse!
La Genesi è posta all’inizio della Bibbia, mentre l’Apocalisse ne segna la fine; ma entrambe possono essere intese come simbolo di quell’eternità che è posta fuori dal tempo, e che pur irraggia i suoi significati lungo tutto il corso della storia.

Hieronymus Wierix, L'arcangelo Michele sconfigge il drago (1619). British Museum, Londra
Hieronymus Wierix, L’arcangelo Michele sconfigge il drago (1619). British Museum, Londra

Il drago rosso è tanto l’immagine del male che del caos: energia allo stato puro, fuoco non irreggimentato.
La sua sconfitta non è segnata dall’annientamento, ma dal vincolo che lo incatena. Sempre nell’Apocalisse è scritto:
“Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano. Afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, Satana – e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui.

La forza cieca viene domata, la corrente impetuosa viene ricondotta negli argini: come il sangue scorre nelle vene, così le energie un tempo caotiche vengono indirizzate verso uno scopo preciso. Dove prima c’era un’esplosione di disordine e distruzione, ora c’è un fuoco controllato, come nella caldaia d’una locomotiva.
In un certo senso, anche l’ipotesi fisica del Big Bang segue una simile direttiva simbolica: un enorme scoppio di energia, su cui gradualmente l’ordine si impone sempre di più. Non potremmo vedere anche in questa ipotesi una versione dell’immagine in cui le forze celesti sconfiggono il drago?

Abbiamo visto che nell’uomo alla forza del Caos corrisponde l’energia motrice delle passioni. Anche in questo caso, allo stato naturale il loro fuoco è un vortice aggrovigliato, distruttivo ed autodistruttivo. L’uomo deve combattere con loro, deve riuscire a vincerle, o finire con l’esserne vinto.
Ma nemmeno in questo caso la fiamma della passione va estinta: senza di essa, l’uomo si ridurrebbe ad uno spettro senza sangue nelle vene.
Se la lotta di san Michele esemplifica la Grande Guerra cosmica, la Piccola Guerra nel cuore dell’uomo è resa alla perfezione dalla leggenda di san Giorgio che sconfigge il drago.

San Giorgio sconfigge il drago - vetrata della cattedrale di Notre-Dame de Coutances (Francia)
San Giorgio sconfigge il drago – vetrata della cattedrale di Notre-Dame de Coutances (Francia)

Si dice che in una regione della Libia vi fosse un grande stagno, in cui si nascondeva un drago. L’alito del drago era velenoso, e giungeva fino alla città vicina, uccidendone gli abitanti.
Per tenere a bada la bestia, i cittadini iniziarono a versare tributi al drago, dandogli in pasto dapprima le proprie pecore, e poi – quando queste iniziarono a scarseggiare – persino esseri umani, scelti a sorte fra i ragazzi più giovani.
Anche in questo caso, il drago abita nell’acqua, come se fosse una personificazione di quell’elemento oscuro e primordiale!

L'Anticristo sul Leviatano - Illustrazione dal Liber Floridus (1120). Università di Ghent (Belgio)
L’Anticristo sul Leviatano – Illustrazione dal Liber Floridus (1120). Università di Ghent (Belgio)

L’alito del drago rappresenta la sua influenza, che riesce a penetrare persino le mura della città, simbolo della civiltà e dell’autocontrollo.

Quanto poco può la volontà, quando la tentazione la insidia da vicino!
Gli animali addomesticati sono il simbolo di quell’istintualità appena domata, una civilizzazione di superficie sotto cui si agita ancora il fuoco selvatico; non a caso la pecora è la prima a finire in pasto al drago, come se fosse attratta dal suo richiamo. Ma pian piano, persino gli umani cominciano a cedere, a cominciare dai giovani, in cui le fiamme delle passioni sono più vive.
Un giorno la sorte scelse come sacrificio la figlia del re. Per sua fortuna, proprio quel giorno passava per quelle terre Giorgio, ed il cavaliere trovò nel suo cammino la principessa, prima che il drago potesse divorarla.
Il santo scelse di combattere il drago per proteggere la donna. Dal suo cavallo bianco, Giorgio trafisse la bestia con la sua lancia.
Il drago fu ferito gravemente, ma non morì. Il cavaliere ordinò quindi alla fanciulla di avvolgere la sua cintura attorno al collo del drago: immediatamente, la belva si ammansì, e prese a seguire la principessa, docile come un cagnolino.

Paolo Uccello, San Giorgio e il drago (1456). National Gallery, Londra
Paolo Uccello, San Giorgio e il drago (1456). National Gallery, Londra

La donna ed il cavallo non sono affatto personaggi secondari.
Anche il cavallo rappresenta la passionalità e l’istintualità animalesca, ma ne è la versione purificata, capace di agire in sintonia con l’uomo. Il drago è l’ombra che contrasta con la volontà, mentre il cavallo bianco è l’aspetto luminoso, che sostiene e aiuta il cavaliere. E’ solo grazie al cavallo che Giorgio riesce ad avere la meglio sul drago! La donna poi svolge il ruolo fondamentale di intermediario: un compito talmente importante che dovremo riservargli una sezione a parte. Come Satana nell’Apocalisse, anche il drago di san Giorgio viene legato.
Qui si parla dell’uomo, e lì del creato, ma il significato è il medesimo: energia che viene arginata e sottoposta al controllo della volontà.

Lo stesso simbolo si ritrova anche al di fuori dell’ambito cristiano, come ad esempio nell’immagine del carro di Cerere, che il Vasari dipinse trainato da due draghi aggiogati con redini sottili e delicate, nelle decorazioni del Palazzo Vecchio di
Firenze; oppure ancora nel carro che Medea usò per sfuggire dai suoi misfatti:

ohann Wilhelm Baur, illustrazione alle Metamorfosi di Ovidio (XVII sec.). New York Public Library
Johann Wilhelm Baur, illustrazione alle Metamorfosi di Ovidio (XVII sec.). New York Public Library

Grazie alla donna, dunque, il drago viene domato dal santo cavaliere. L’esito della storia, però, lascia insoddisfatti: san Giorgio condusse il drago in città, e in cambio della conversione dei cittadini, decise a sangue freddo di ucciderlo.
Senza dubbio c’è qualcosa che stona: il drago era crudele, è vero, ma ora si era addomesticato, che senso ha questa crudeltà?
Anche in questo caso la morte è da intendere come una trasformazione: il drago, una volta asservito all’uomo, cessa di essere drago.

La storia di san Giorgio ha avuto un successo straordinario, al punto da diffondersi anche oltre i limiti dell’iconografia religiosa. San Paolo ebbe ad ammonire: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

Ma l’avviso dell’apostolo viene accolto ben di rado, e così spesso si finisce col ricadere nell’idolatria che vede nel drago un nemico concreto, e non un principio simbolico.

(Due manifesti propagandistici risalenti alla prima guerra mondiale, rispettivamente austro-ungarico ed inglese)

La sua diffusione dimostra però che tale simbolo è vivo e forte, ed è tuttora capace di attrarre l’attenzione degli uomini. Un cristiano moderno potrebbe considerare la sua storia di cattivo occhio, perchè i suoi toni fiabeschi rendono palese che la vicenda non è mai accaduta realmente. Farne a meno, ed eliminarlo per questo motivo dalla religione cristiana, significherebbe amputare la fede di una sua immagine simbolica fondamentale; un atto criminale, perchè la lotta di san Giorgio è un simbolo di cui i credenti – e non solo! – hanno tutt’ora un assoluto bisogno.

Un altro importante episodio della guerra simbolica contro il drago si trova nella leggenda di santa Margherita.
Margherita si trovava in prigione, dov’era stata rinchiusa a causa della sua fede. Anche la prigione è un simbolo: già per gli antichi greci essa raffigurava il corpo, in cui è rinchiusa l’anima. Per estensione, la prigione raffigura anche lo stato dell’umanità dopo la caduta, il mondo come appare dall’estremità esterna della Grande Ruota.
E’ in quel luogo simbolico che il drago apparve alla santa; la belva si avventò contro la donna, e la inghiottì in un solo istante.

E’ il fatale passo all’indietro, la regressione con cui la volontà scivola nell’acqua da cui era provenuta, e su cui aveva tanto penato ad ergersi.

Santa Margherita emerge dal Drago, illustrazione da un Libro d'Ore francese (1440). Bitish Library
Santa Margherita emerge dal Drago, illustrazione da un Libro d’Ore francese (1440). Bitish Library

La santa però si salvò grazie alla croce che stringeva in quel momento in mano: squarciò il ventre del drago, e così sconfisse l’avversario, venendo nuovamente alla luce.

Il caos del drago è un luogo di morte, ma il simbolo della croce traccia la via per emergerne vittoriosi.
Nell’acqua del battesimo l’iniziato muore, ma grazie al Cristo risorge, purificato e rinvigorito dall’energia che si trova nell’Abisso.

Allo stesso modo, la santa rinasce dal ventre del drago, ma senza il filo d’Arianna rappresentato dalla croce, Margherita sarebbe rimasta per sempre in quel labirinto confuso ed oscuro che è il ventre del drago.

Santa Margherita emerge dal drago - Affreschi della cappella del castello di Mali Grad a Kamnik (Slovenia)
Santa Margherita emerge dal drago – Affreschi della cappella del castello di Mali Grad a Kamnik (Slovenia)

La Grande Ruota

Grazie alla sua leggendaria impresa contro il drago, san Giorgio è uno degli eroi più famosi del cristianesimo. Non tutti, però, conoscono la storia della sua morte.
Secondo la tradizione, il santo subì una serie di torture davvero crudeli. Durante il periodo delle persecuzioni fu catturato e messo in prigione; in carcere gli apparve Gesù, il quale gli predisse che non solo avrebbe sofferto per sette lunghi anni, ma che sarebbe addirittura morto tre volte di fila.

6.1 san giorgio

Il povero san Giorgio ne passò davvero di tutti i colori: fu preso a martellate, fu immerso in una pentola di piombo fuso, il suo corpo fu fatto sbranare dagli uccelli selvatici…
Per tre volte resuscitò, soltanto per tornare nelle grinfie dei suoi aguzzini. Infine la decapitazione pose fine alle sue sofferenze.
Ormai non serve ripeterlo: avrete capito che ognuno di questi supplizi è il simbolo di un mutamento, e la trafila di torture si può dunque intendere come una sorta di guida ad un sentiero,la descrizione delle fasi di un lungo processo alchemico.
Il santo viene preso a martellate: così i fabbri lavorano i metalli nelle loro fucine.
Il bagno nel piombo, il metallo di Saturno, rappresenta l’immersione nel regno triste ed oscuro della melancolia: è la nigredo degli alchimisti, la nera amarezza della putrefazione, la disperazione di chi ha perso la strada nel grande labirinto, dal quale solo un miracolo ormai può mostrare l’uscita.
Gli uccelli poi sono da sempre un simbolo dell’anima; quando gli antichi li vedevano volare verso l’orizzonte, li interpretavano come l’anima dei loro defunti, che migrava lenta e silenziosa verso l’altro mondo. L’uccello che mangia il corpo è l’anima che attacca e distrugge il principio materiale, il volatile che dissolve il fisso.
Ci sono molte versioni sulle torture di Giorgio, ed ogni singola fonte ha le sue varianti degne di nota. Noi ci concentreremo ora su uno soltanto di tali episodi, che per il suo significato è della massima importanza, non solamente per la cristianità e l’occidente, ma per l’umanità intera.

Romani Girolamo, detto il Romanino, Martirio di San Giorgio, il supplizio della ruota (1540). Chiesa di San Giorgio in Braida, Verona
Romani Girolamo, detto il Romanino, Martirio di San Giorgio, il supplizio della ruota (1540). Chiesa di San Giorgio in Braida, Verona

Si narra infatti che Giorgio venne torturato con una ruota.
Questo mezzo di tortura era molto diffuso; normalmente veniva usata per spezzare e dislocare le ossa del malcapitato. La versione riservata a Giorgio era ancora più cruenta: sul cerchio erano fissate delle lame affilate, e la ruota avrebbe dovuto girare, fino a tagliare in due il corpo del santo.
Non ci occuperemo però della storia di questo arnese da tortura, ma proveremo a comprenderlo in quanto simbolo, e soprattutto cercheremo di capire cosa significa soffrire e morire su di esso.

La ruota è un simbolo antichissimo. E’ uno dei ritrovati tecnici che più ha garantito potere all’umanità; ma non è soltanto un mezzo di locomozione. Agli albori la ruota fu anche, e principalmente, un emblema solare.

Scheggia di vaso su cui è stata incisa una ruota solare, proveniente dal tempio neolitico di Ħaġar Qim (Malta). Museo archeologico di La Valletta
Scheggia di vaso su cui è stata incisa una ruota solare, proveniente dal tempio neolitico di Ħaġar Qim (Malta). Museo archeologico di La Valletta

Il sole nel cielo appare come un disco; ma anche il suo percorso è circolare. Il giorno è un cerchio che inizia lì dov’era terminato: all’alba il sole sorge, e risale il cielo tracciando una grande volta; giunto al culmine, inizia la sua discesa, completando il mezzo cerchio chiaro della giornata.
Di notte, nascosto nell’oscurità, l’astro completa il giro, e la mattina dopo è di nuovo lì, al punto di partenza.
Ogni giorno poi è come la perla di una collana, un cammino che si chiude su sè stesso, formando la grande ruota dell’anno.

L'anno come una danza in cerchio delle quattro stagioni. Immagine dai Breviari d'Amor di Matfré Ermengau de Béziers (XIV sec.). British Library
L’anno come una danza in cerchio delle quattro stagioni. Immagine dai Breviari d’Amor di Matfré Ermengau de Béziers (XIV sec.). British Library

Secondo alcune tradizioni, anche gli anni formano a loro volta dei grandi cicli, e questi a loro volta sono le tappe di altri cicli immensi.

Immagine dal manoscritto "Cornelii Celsi de re medica librorum fragmenta"(XI sec.). Biblioteca nazionale di Francia
Immagine dal manoscritto “Cornelii Celsi de re medica librorum fragmenta”(XI sec.). Biblioteca nazionale di Francia

Cristo è l’immagine del divino nell’umanità: al tempo stesso la scintilla divina che si incarna in un essere umano, e quella parte simbolica dell’uomo degna d’esser chiamata divina.

Rosone nord della cattedrale di Chartres (Francia)
Rosone nord della cattedrale di Chartres (Francia)

La sua collocazione al centro della ruota dello zodiaco significa che egli ne è il fulcro, il sole della giostra dell’anno, il perno attorno a cui tutto gravita.
E’ a questo meraviglioso mistero che si riferisce Dante nei versi conclusivi del suo capolavoro:
Sì come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

A un certo punto, però, nella storia del pensiero umano è successa una tragedia. L’Uomo, quel simbolo che raccoglie la parte eterna dell’umanità, è caduto dal trono, scivolando dal centro della ruota, e finendo nella periferia: dall’eternità al tempo, dal fulcro immobile attorno a cui tutto ruota, alla circonferenza in perpetuo movimento.

Rosone della collegiata di san Giorgio, Tubinga (Germania)
Rosone della collegiata di san Giorgio, Tubinga (Germania)

Se il fulcro è un luogo di comando, la periferia è un luogo in cui si subisce; la ruota, che prima era l’emanazione di un Centro, ora diventa una tortura.
Il tempo era simile ad un grande fiume, dal flusso maestoso e calmo; poi, tutto d’un tratto, divenne un gorgo minaccioso. L’animo dell’umanità si fece pavido, e gli immensi cerchi del tempo suscitarono in esso vertigine e paura.

La ruota della reincarnazione (XI sec.) sculture di Dazu (Cina)
La ruota della reincarnazione (XI sec.) sculture di Dazu (Cina)

Questo simbolo, dicevamo, estende la sua influenza all’umanità intera. Nel Buddhismo, ad esempio, la ruota del tempo diventa un ciclo senza scampo, in cui è invischiata la vita stessa dell’uomo: dopo la morte, infatti, c’è la reincarnazione, una nuova nascita, una vita che porta nuovamente alla morte, e così via, formando un cerchio di sofferenza e fatica, chiamato Samsara.
Simile, ma ancor più spaventosa è l’idea dell’eterno ritorno, così come lo concepì Friedrich Nietzsche: negli immensi cerchi del tempo, prima poi ogni momento tornerà, ripresentandosi in maniera del tutto identica, nell’intero universo, in tutti i singoli dettagli. Ogni cosa, dunque, è già accaduta in passato, e succederà nuovamente in futuro, per un numero infinito di volte e ciò vale anche per le vite umane!
Ne consegue un senso di vanità, la perdita dello scopo delle azioni: tutto, in fin dei conti, è già successo. Ma ne deriva anche una tremenda importanza di ogni singolo secondo del tempo; una responsabilità troppo pesante, destinata a schiacciare anche gli animi più forti.

Illustrazione dal “Libro di Troia” di John Lydgate (XV sec.). British Library
Illustrazione dal “Libro di Troia” di John Lydgate (XV sec.). British Library

Un’altra manifestazione della Grande Ruota che ebbe particolarmente fortuna nel medioevo europeo è poi la ruota della Fortuna.
Nessuno è al sicuro dagli stravolgimenti del fato; e tanto più si sale, tanto più si rischia di cadere. I re della terra sono come il sole a mezzogiorno: splendono nell’alto dei cieli, ma il loro destino non può che riportarli in basso.

Hieronymus Bosch, dettaglio dal trittico del Giardino delle delizie (1480). Museo del Prado, Madrid
Hieronymus Bosch, dettaglio dal trittico del Giardino delle delizie (1480). Museo del Prado, Madrid

Per estensione, la ruota è anche simbolo della caducità della vita. C’è una filastrocca, che tutti abbiamo cantato da bambini, ma sul cui significato pochi si fermano a meditare: “Giro girotondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra”. La caduta simboleggia la morte, e persino la terra è destinata al dissolvimento: questo è il destino della creazione, di quella regione dell’esistenza in cui il tempo scorre.
Soltanto il punto, l’unico luogo fermo della ruota, partecipa dell’eternità: ma i bimbi danzano il girotondo tenendosi per mano, e mai nessuno di loro è al centro.

Questo correre in tondo, oltretutto, è mancanza di direzione, è vanità: se non c’è nè partenza nè arrivo, che senso ha il cammino?

Lucas Mayer - incisione raffigurante la messa a morte di Peter Stumpf, un contadino della valle del Reno accusato di licantropia e cannibalismo (1589). Biblioteca di Augusta (Germania).
Lucas Mayer – incisione raffigurante la messa a morte di Peter Stumpf, un contadino della valle del Reno accusato di licantropia e cannibalismo (1589). Biblioteca di Augusta (Germania).

La ruota da tortura, abbiamo detto, fu un mezzo di supplizio molto comune, e lo rimase per secoli, anche quando le nazioni iniziarono a definirsi “cristiane”!
Ma il vero regno di terrore della ruota inizia a palesarsi nel XVIII secolo. Le grandi ruote delle industrie, mosse dal fuoco infernale dei motori, furono una manifestazione chiara e palese del lato oscuro del simbolo della ruota!
Il poeta William Blake vide le fabbriche della rivoluzione industriale come gli “oscuri mulini di Satana”, in cui non si macina il grano, ma i poveri operai che consumano la loro vita.

6.13 svastica

L’immagine qui sopra è un accostamento fotografico di John Heartfield, nome d’arte di Helmut Herzfeld, un artista tedesco che si oppose al regime nazionalsocialista.
“Come nel medioevo, così nel Terzo Reich”: l’’immagine riprende il rosone della cattedrale di Tubinga, paragonandone la tortura ai crimini del regime nazista. In questo accostamento, la satira politica coglie un importante aspetto del simbolo della ruota: la croce uncinata, che fino ad allora era un simbolo solare, diviene immagine di un meccanismo inumano, che divora le vite e le schiaccia nei suoi ingranaggi.
Le forme cambiano, ma la ruota estende tutt’ora il suo logorante potere sulle nostre vite.

6.14 san giorgio

Siamo torturati dalle ruote dentate degli ingranaggi, siamo schiavi dell’orologio, e non facciamo in tempo ad accorgercene perchè siamo impegnati in quella vana corsa in tondo che non per nulla si chiama “routine”, una parola dal suono molto simile a “ruota”…

Charlie Chaplin nel film “Tempi moderni” (1936)
Charlie Chaplin nel film “Tempi moderni” (1936)

Ma se persino i santi martiri soccombono alla ruota, che speranze possiamo avere?
Le immagini del martirio ci mostrano soltanto il momento del supplizio, ma alcune versioni della leggenda ci raccontano un fatto della massima importanza: il santo si salvò dalla ruota, perchè essa si ruppe prima che le lame potessero sfiorarlo.
Questo importantissimo simbolo si cristallizza con la massima chiarezza nell’iconografia di santa Caterina d’Alessandria. Anche santa Caterina infatti fu salvata da un miracolo, che spezzò la ruota prima che la sua tortura potesse nuocerle.

6.16 santa caterina

Il significato, ora, vi sarà chiaro: spezzare la ruota significa trascendere l’opprimente ciclicità del tempo.
Furono soprattutto le scuole filosofiche pagane a considerare il tempo come un cerchio che si chiude in sè stesso; il pensiero cristiano gli sostituì un tempo lineare, con un determinato inizio ed una fine imprevedibile, ma certa.
Il tempo cessò di essere una ripetizione fine a sè stessa, e divenne un immenso progetto con uno scopo preciso.
Fate attenzione: è uso comune considerare il cristianesimo, e di contro il paganesimo, come se fossero due assoluti che si oppongono, escludendosi a vicenda.
La realtà è ben diversa: da un punto di vista storico, il cristianesimo si innestò nella matrice pagana delle popolazioni in cui di volta in volta giungeva, inglobandone in sè molte caratteristiche simboliche. Da un punto di vista simbolico, invece, i simboli rimangono sempre gli stessi, ed il cristianesimo è piuttosto una luce diversa, che li fa brillare di un nuovo significato.
Questa commistione non è motivo di demerito: non è nè un’impostura nè un furto. Al contrario, è l’eredità pagana ad aver donato al cristianesimo una maggiore profondità ed un volto più umano, temperandone il fuoco rivoluzionario.
Così, nonostante il tempo del cristianesimo sia lineare, la ruota esiste ancora, ed il ciclo annuale della liturgia è adattato proprio sul modello del cammino circolare del sole, rispettando stagioni, solstizi ed equinozi.
I miracoli di san Giorgio e santa Caterina segnano una fondamentale differenza: è di nuovo aperta la via al centro, l’uomo può nuovamente tornare in quel fulcro che partecipa della Grande Ruota, pur rimanendo immobile.

San Giorgio, il supplizio della ruota. Vetrata della cattedrale di Chartres (Francia)
San Giorgio, il supplizio della ruota. Vetrata della cattedrale di Chartres (Francia)

Eraclito l’oscuro ebbe a dire: “La via della vite è diritta e curva, ed è la medesima ed una.”
Dall’unione del modello circolare con quello lineare nasce infatti la forma della spirale, che gira in tondo ma senza mai tornare sui suoi passi, convergendo anzi verso il centro.
In via simbolica, il cerchio della ruota che si apre è come l’anello della catena da schiavo che si spezza. A questo punto potreste a ragione obiettare: nonostante la vittoria di santa Caterina, l’umanità è ancora schiava del tempo, è ancora torturata dalla ruota.

6.18 santa caterina

E’ bene precisare questo aspetto: la ruota spezzata dalla santa è un simbolo, non un fatto storico.
Lo stesso vale per un’osservazione critica che molti pongono al sacrificio del Cristo: “Il Salvatore è morto per togliere i peccati dal mondo, ma i peccati ci sono ancora.” L’importanza della crocifissione non sta nell’avvenimento concreto, ma nel suo significato, una configurazione capace di ripresentarsi più e più volte nella storia. I simboli sono modelli eterni, di cui le manifestazioni storiche sono gli irraggiamenti nel mondo manifestato. Santa Caterina ci mostra la via, ma sta ad ognuno di noi decidere se seguirla, ed in che modo percorrerla.

6.19 santa caterina

La Lotta

Passeremo ora in rassegna alcuni aspetti del simbolo della guerra contro il male. Può sembrare un sottigliezza, ma va tenuto conto che il contesto simbolico gioca un ruolo fondamentale nell’interpretazione di un simbolo.
Il drago, ad esempio, è un simbolo diffusissimo, e lo si ritrova in molte culture diverse. Spesso è connotato da un ruolo fortemente negativo, simbolo di crudeltà e pericolo; altre volte ha un aspetto negativo, di energia e saggezza; in altri casi ancora, egli svolge ruolo neutrale del guardiano di tesori, materiali o spirituali che siano. Non basterebbe un libro intero per trattare in maniera esauriente tutti i significati del simbolo del drago; non parliamo poi del serpente!

Ben diverso è quando il drago è il nostro avversario, quando il serpente alza la testa e minaccia di attaccarci. In quei casi si innesca una sorta di istinto di autodifesa, ed ogni sfumatura svanisce, lasciando al simbolo soltanto il suo significato più minaccioso. Quando osserviamo san Giorgio ferire il drago, o quando la Vergine schiaccia sotto il calcagno il serpente, dobbiamo considerare che la loro battaglia è rivolta non contro il simbolo nella sua totalità, ma contro il suo lato più oscuro e pericoloso.

Non tratteremo quindi tanto dell’oggetto contro cui si lotta, ma del significato della battaglia in sè; non trascureremo però di chiederci come mai il nemico sia divenuto tale, e quale sia il motivo per cui il suo lato luminoso si sia eclissato.

In questo dubbio potremmo scorgere un significato della lotta, ben più costruttivo della mera sopraffazione: un processo di restaurazione per cui un simbolo, divenuto tossico e dannoso, viene ricondotto nuovamente alla sua manifestazione più positiva e benefica.

La testa recisa

Non è certo mia intenzione esaminare il significato di ogni singolo, diverso modo di morire dell’immaginario dei santi: ne verrebbe fuori un elenco lunghissimo ed in parte ripetitivo, perchè i simboli si richiamano l’un l’altro, e finiscono dunque col sovrapporsi. Mi accontento già di indicare la via, suggerendo il modo di comprendere queste immagini, affinchè non siate fra quella moltitudine di cui Gesù, nei vangeli, disse: “Guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano”.
Affronteremo soltanto un’ultima via di morte: è quella più veloce e meno cruenta, ma porta in sè conseguenze davvero dolorose.

Lorenzo Monaco, Decapitazione di San Paolo (1398). Museo dell'Università di Princeton
Lorenzo Monaco, Decapitazione di San Paolo (1398). Museo dell’Università di Princeton

San Paolo fu messo a morte a Roma, nel cuore dell’Impero. Siccome era un cittadino romano, gli venne riservata la decapitazione: una morte fulminea, che spegne la vita prima che possa infiammarsi il dolore.
Ma il taglio fra la testa ed il corpo reca con sè un significato davvero importantissimo: è la separazione dello spirito dal corpo, la divisione fra la luce sottile e la materia grossolana e volgare.

Enrique Simonet, "Decapitazione di san Paolo", dettaglio (1887). Cattedrale di Málaga (Spagna)
Enrique Simonet, “Decapitazione di san Paolo”, dettaglio (1887). Cattedrale di Málaga (Spagna)

L’artista ha circondato la testa del santo con un alone luminoso: è un richiamo alla classica aureola dell’iconografia dei santi, che al tempo stesso ha l’effetto di far risaltare meglio l’importante dettaglio della testa, che altrimenti si confonderebbe con lo sfondo. La luminosità della testa però sta anche a significarne l’importanza: essa rappresenta la forza delle idee, quel fuoco dello spirito che rimane una potenza viva anche dopo la morte, mentre il corpo al contrario si accascia a terra, divenendo carne immobile. L’uomo Paolo è morto, ma ciò nonostante la sua dottrina gli è sopravvissuta, plasmando per secoli e millenni la storia d’Europa!

Statua di San Paolo di fronte alla basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma.
Statua di San Paolo di fronte alla basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma.

Il significato simbolico di un simbolo non ne pregiudica per forza la realtà storica. E’ verosimile che Paolo sia realmente morto a Roma per decapitazione, ma ciò non esclude che questo evento concreto possa comunque avere un senso simbolico.San Paolo fu infatti l’apostolo che più di ogni altro segnò l’affrancamento del cristianesimo nei confronti della matrice ebraica in cui esso nacque: il suo fu un taglio netto col passato, e si potrebbe dire che la spada con cui spesso viene raffigurato allude tanto alla sua decapitazione che alla conquista di questa indipendenza religiosa.

Beato Angelico, Decapitazione dei santi Cosma e Damiano - dettaglio (1443). Museo del Louvre, Parigi
Beato Angelico, Decapitazione dei santi Cosma e Damiano – dettaglio (1443). Museo del Louvre, Parigi

San Paolo non è di certo l’unico martire cristiano ad esser stato decollato; la diffusione e la ripetizione del simbolo sono una testimonianza concreta della sua importanza. Persino l’avvento stesso del cristianesimo fu preannunciato dal simbolo della decapitazione!
La predicazione del Cristo è stata infatti preceduta da una celeberrima decapitazione, che pose fine alla vita di Giovanni il Battista.

Andrea Solario, Testa di Giovanni Battista (1507). Museo del Louvre, Parigi
Andrea Solario, Testa di Giovanni Battista (1507). Museo del Louvre, Parigi

La bella Salomè chiese ed ottenne la testa del Battista come ricompensa per una sensuale ed irresistibile danza dei sette veli.
La sua seducente crudeltà ha saputo affascinare e tormentare gli artisti di tutta Europa!

Gustave Moreau, Salomè danza di fronte ad Erode (1871). Hammer Museum, Los Angeles
Gustave Moreau, Salomè danza di fronte ad Erode (1871). Hammer Museum, Los Angeles

Gustave Moreau, che fu ossessionato dalla sua figura, dipinge una Salomè divina ed inumana, quasi astratta.

Tiziano, Salomè (1515). Galleria Doria Pamphilj, Roma
Tiziano, Salomè (1515). Galleria Doria Pamphilj, Roma

Tiziano invece la ritrae come una donna apparentemente casta, mentre tiene in braccio con espressione candida ed ingenua il suo crudele premio.
Delle due versioni, forse la più spaventosa è quest’ultima: la crudeltà è tanto più terrificante quando è mescolata all’innocenza!
Già l’antico testamento riporta casi di decapitazione talmente esemplari da esser diventati delle vere e proprie icone della nostra cultura.

Caravaggio, Giuditta e Oloferne (1599). Galleria nazionale di arte antica, Roma
Caravaggio, Giuditta e Oloferne (1599). Galleria nazionale di arte antica, Roma

Caravaggio ritrae senza mezzi termini Giuditta che taglia la testa ad Oloferne. L’eroina ha uno sguardo privo della minima traccia di compassione, mentre il condottiero muore con una smorfia spaventata e sorpresa. Dall’espressione dei volti, si direbbe quasi che l’artista parteggi per Oloferne!
Non è un caso che dietro entrambe le decapitazioni ci sia una figura femminile.
Qui sta l’altro, importante significato del simbolo, che fa da contraltare terrestre all’altra spiegazione più celeste: la decapitazione è infatti un pietoso eufemismo per accennare al penoso mistero dell’evirazione.

Franz von Stuck, Giuditta (1927). Museo statale di Schwerin (Germania)
Franz von Stuck, Giuditta (1927). Museo statale di Schwerin (Germania)

Fu questo lato del simbolo che prese il sopravvento a partire dal XX secolo. La donna che taglia le teste è un’immagine al tempo stesso eccitante e spaventosa: Giuditta e Salomè sono due lati dello stesso simbolo.

Gustav Klimt, Giuditta I (1901). Österreichische Galerie Belvedere, Vienna
Gustav Klimt, Giuditta I (1901). Österreichische Galerie Belvedere, Vienna

In questo duplice simbolo si cela un intreccio di sesso, maternità ed infantilismo, di desiderio e senso di colpa: un nodo intricato che tutt’ora condiziona alle radici la nostra società!
I simboli hanno una loro vita propria. Possono sembrare dimenticati, morti definitivamente, ma in realtà stanno semplicemente attendendo il momento del loro ritorno, come braci sotto la cenere.
Millenni dopo le persecuzioni cristiane, la decapitazione tornò prepotentemente sulla scena della storia, con la ghigliottina della rivoluzione francese.

Emile Friant, L’espiazione (1908).
Emile Friant, L’espiazione (1908).

In questo caso il simbolo del distacco della testa si veste di un altro significato ancora: la testa è l’aristocrazia, che finora ha guidato il popolo così come la mente comanda al corpo.
Anche il nostro corpo può ribellarsi, se la nostra volontà esige troppo da lui: l’idea che la volontà sia onnipotente non è che una speranzosa illusione. Provate voi a voler digiunare per mesi, o a trattenere il respiro per ore, o a correre senza sosta per giorni, e vedrete quanto poco la volontà può averla vinta contro il corpo!
In questo caso il prodotto di scarto del distacco non è il corpo, ma la testa. Eppure il corpo non può continuare a vivere senza la testa; ma anche la testa, senza il corpo, rischia di diventare uno spirito senza sostanza, un fantasma privo di effetti e di conseguenze concrete.

Il corpo è l’acqua oscura, in cui si annega, ma senza la quale si muore di sete. Il corpo è materia grossolana, ma è sede di quel fuoco delle passioni, che scotta la mano che lo sfiora, ma che è anche l’energia grazie alla quale la volontà si muove.
E’ proprio nel simbolo della decapitazione che si mostra il lacerante paradosso della storia del cristianesimo: si separa il male dal bene, ma così facendo si priva di sostanza la luce dello spirito.
La spada è simbolo di giudizio; l’Apocalisse di Giovanni tratteggia così la tremenda figura del sommo Giudice: “Dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio”.

Albrecht Dürer, incisioni dell'Apocalisse (1496). Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe (Germania)
Albrecht Dürer, incisioni dell’Apocalisse (1496). Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe (Germania)

E’ questa spada a dividere il bene dal male, i buoni dai cattivi: “Porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra”. Il signore chiamerà a se i primi, ed allontanerà gli altri; non si tratta però di un processo a cui segue una ricompensa o una condanna, ma di una lenta guarigione, destinata a redimere l’intero creato.

Uno dei più grossi errori che si può fare è però di credersi simili al Signore, ed ergersi a giudici invece che a giudicati. Quante volte è stato commesso questo passo falso, nella storia del cristianesimo!
Si giudica e si divide; si tiene accanto a sè il bene, e si esilia il male. Si allontana da sè l’impurità, il fuoco delle passioni, ma così facendo
si subisce un’evirazione, che lascia l’uomo a metà, come un eunuco senza forza virile. Eppure la rivoluzione del messaggio cristiano non è la condanna, ma il perdono!
Ma affronteremo questo problema nella prossima sezione, dedicata alla lotta col Male. Tratteremo però un ultimo aspetto del simbolo della decapitazione, che anticipa una soluzione possibile di questo annoso conflitto cosmico.
Anche san Dionigi, come molti altri martiri, fu decapitato; ma la leggenda racconta che dopo il taglio, il corpo si alzò e raccolse la testa, ed in questa strana posizione il santo si mise persino a predicare.

Léon Joseph Florentin Bonnat, Il Martirio di san Dionigi. Decorazioni murarie del Pantheon di Parigi
Léon Joseph Florentin Bonnat, Il Martirio di san Dionigi. Decorazioni murarie del Pantheon di Parigi

Il simbolo è importantissimo: corpo e testa restano separati, ma non per questo c’è conflitto fra loro. Dove prima c’era una mescolanza indistinta, ora ci sono due princìpi nettamente separati; ma ogni parte svolge il suo ruolo, in collaborazione reciproca – innovazione che non rinnega la storia, corpo che serve lo spirito, luce che illumina gli abissi.

Antoine Le Moiturier, San Dionigi (1425). Bode-Museum di Berlino
Antoine Le Moiturier, San Dionigi (1425). Bode-Museum di Berlino

La riunione non è un ritorno al passato, non è una ripetizione di ciò che era già stato: mentre prima la testa svettava sovrastando il corpo, ora è scesa, e le mani la tengono in un luogo simbolico importantissimo: vicino al cuore.

Nell’Abisso

Il simbolo deve la propria forza alla sua universalità. Non c’è nulla di più comune dell’acqua, ad esempio: ne siamo circondati, e senza di essa non potremmo vivere. Eppure ciò non la rende affatto banale, anzi, la carica di un’importanza fondamentale, a tal punto che il simbolo dell’acqua non si mostra soltanto nell’arte o nei miti, ma compare di frequente anche nei sogni.
In particolare, il simbolismo onirico dell’acqua si manifesta spesso in modo angoscioso e opprimente: fra i più frequenti vi è l’incubo di affogare, di annaspare in un’acqua fredda ed oscura, agitata da correnti e popolata da mostri.

Albrecht Altdorfer, Il martirio di San Floriano (1530). Galleria degli Uffizi
Albrecht Altdorfer, Il martirio di San Floriano (1530). Galleria degli Uffizi

San Floriano fu gettato in acqua; per assicurarsi della sua morte, i suoi persecutori lo legarono ad una macina da mulino. Abbiamo però compreso che la morte simboleggia sempre un cambiamento, e anche l’annegamento non fa eccezione.
Il simbolo è importante, ci è vicino, cerca di dirci qualcosa, al punto da apparirci anche nei sogni.

Cosa vuole comunicarci? Cos’è l’annegamento, e cosa significa l’acqua?
Uno psicologo potrebbe dirci che in questi casi l’acqua simboleggia l’inconscio, e non sarebbe affatto sbagliato. Ma “inconscio” è un termine molto difficile, perchè comprime in una sola parola un abisso di significati spesso diversi e persino contrastanti fra loro. Per questa volta, dunque, resteremo fedeli alle immagini, e ci esprimeremo anche noi attraverso i loro simboli.
L’acqua è innanzitutto una regione dell’animo umano. Immaginatevi una piccola isola, su cui è stata edificata una città. Quella terra ferma è il mondo della veglia, quel luogo sicuro ed ordinato fatto di certezze concrete. Anche quando la tempesta infuria, l’isola offre riparo dalla forza distruttiva dell’onda. Il nome che la psicologia dà a questa città è “coscienza”. Ora, vanno considerati due aspetti chiave: i fondatori della città vennero proprio dal mare; ed è sempre il mare a rifornire di cibo gli abitanti dell’isola!

Nel microcosmo, le correnti del mare sono le energie che spingono la volontà umana: istinti, desideri, passioni. Sono pulsioni rozze e primitive, ma senza di esse l’uomo sarebbe come un motore spento. E’ difficile trovare l’equilibrio: se le si lascia languire, si cade preda di una gelida atarassia, ma se le si lascia correre, il loro turbine si fa a dir poco pericoloso. Un marinaio esperto è in grado di trarne vantaggio, ma molti sono coloro che si sono fatti travolgere dai loro flussi tortuosi.
Per chi vi soccombe, la corrente appare con la forma spaventosa di un mostro degli abissi.

Giona ingoiato dal mostro marino, mosaici della basilica di Aquileia, Friuli Venezia Giulia.
Giona ingoiato dal mostro marino, mosaici della basilica di Aquileia, Friuli Venezia Giulia.

L’uomo è il piccolo specchio che riflette in sè l’intero Universo. Anche nel mondo esteriore, infatti, vi sono simili correnti. Vengono chiamate col nome di Caos: una forza al tempo stesso tremenda e vitale, distruttrice e feconda.

L’inconscio è l’oscura matrice da cui è nata la scintilla di luce della coscienza. Secondo Esiodo, prima di ogni cosa era il Caos, e solamente dopo nacque da esso l’ordine del Cosmo, attraverso un lento processo di generazioni successive. Secondo Talete, invece, il principio primo da cui il Cosmo proviene è l’acqua: come avrete capito, si tratta dello stesso evento, visto da due lati diversi.
Non è poi soltanto la psiche dell’uomo a nascere dal simbolo dell’acqua, ma anche il suo corpo: pensate al liquido amniotico, in cui il nascituro è sospeso durante la gravidanza!
Il processo con cui l’ordine si cristallizza nel caos, e successivamente si differenzia e si affranca da esso, è un cammino lungo e molto delicato. E’ a questa evoluzione che si riferisce il simbolo del pescatore, così ricorrente nei vangeli: “Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare”.

Mosaici del Duomo di Monreale, Sicilia (XIII sec.).
Mosaici del Duomo di Monreale, Sicilia (XIII sec.).

Il Messia disse ai suoi apostoli: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”: ciò significa che il loro ruolo simbolico è simile a quello della levatrice, che aiuta il bambino ad uscire dalle oscure acque dell’utero alla luce del giorno.

Allo stesso modo, il miracolo in cui Gesù cammina sulle acque non è un semplice sfoggio di magia fine a sè stesso, ma è il simbolo dell’uomo che si è completamente affrancato dalle influenze delle acque oscure, pur senza perdere il vivificante contatto con esse. Staccarsene, infatti, significa deperire: un uomo in questo stato sarebbe come un albero sradicato. Ma per rimanere sulla superficie senza affondare ci vuole uno stabile equilibrio interno; così Pietro, che ancora tentennava nel dubbio, finì col cadere in acqua.

Mosaici del Duomo di Monreale, Sicilia (XIII sec.).
Mosaici del Duomo di Monreale, Sicilia (XIII sec.).

La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?»

L’acqua è origine, dunque, ed energetico nutrimento; ma cadervi dentro significa regredire allo stato iniziale.
Alle volte il mare si agita e sembra minacciare la terra; e in maniera simile di tanto in tanto i fiumi si ingrossano, e minacciano di esondare.
Lo spettacolo è tremendo: l’acqua che rompe gli argini simboleggia infatti la liberazione di quelle energie, che sfuggono dal nostro controllo e non trovano più ostacoli per la loro devastante corsa.
L’ordine ritorna al caos, la luce della mente si spegne nella nera notte della follia.

Più di mille anni dopo la morte di san Floriano, vi fu un altro santo che trovò il suo martirio nell’acqua.
San Giovanni Nepomuceno era un sacerdote al servizio del re Venceslao IV nella città di Praga. La leggenda racconta che un giorno, mentre confessava la regina, venne a conoscenza di uno scabroso segreto. Il re, che da tempo sospettava il tradimento, ingiunse a Giovanni di rivelargli quanto la regina gli avesse confidato; il santo, però, rimase fedele al vincolo di segretezza della confessione, persino quando Venceslao lo minacciò di morte.
Esasperato, il re fece gettare il santo nella Moldava; ma se ne pentì immediatamente, perchè nel punto in cui il santo affogò apparvero sull’acqua cinque stelle.

Targhetta in bronzo sul ponte sulla Moldava a Praga, che commemora il punto in cui il santo fu gettato nel fiume.
Targhetta in bronzo sul ponte sulla Moldava a Praga, che commemora il punto in cui il santo fu gettato nel fiume.

Il monito divino significa che il santo non si è dissolto nelle acque inferiori della terra, ma che è stato accolto in quelle acque “che son sopra il firmamento”.
C’è un notevole legame fra l’acqua, il silenzio ed il segreto: ancora oggi si usa in questi casi l’espressione “acqua in bocca”!
L’accostamento fra il santo ed il fiume ha però generato anche un interessante culto popolare, per cui san Giovanni Nepomuceno viene invocato per tenere a bada quei corsi d’acqua che hanno il brutto vizio di esondare.
I puristi potrebbero vedere di cattivo occhio quest’usanza, che di fatto venera il santo alla stregua di un dio fluviale. Ma non terrebbero conto dei bisogni della popolazione, che ha pur sempre bisogno di un protettore contro le insidie dell’acqua.

San Giovanni Nepomuceno, Basilica di Santa Maria di Leuca (Lecce)
San Giovanni Nepomuceno, Basilica di Santa Maria di Leuca (Lecce)

Anzi, si farebbe bene a portare alcune statue del santo anche nelle nostre metropoli moderne, in cui il fiume psichico si annoda in modo così contorto da risultare inevitabilmente in quell’alluvione chiamata “nevrosi”.
La confusione mentale con cui le acque minacciano la coscienza traspare anche dall’accorato appello, con cui nei Vangeli un padre chiede a Gesù la guarigione del proprio figlio:
Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua”.
Tanto l’acqua che il fuoco, infatti, sono due aspetti di quell’energia che si agita nel cuore dell’uomo.
Ma se il fuoco è un mezzo trasformativo, non può esserlo anche l’acqua?
La morte per acqua è un tema ricorrente nella letteratura del XX secolo; ritorna con frequenza, ad esempio, nei racconti di Herman Hesse: in “Klein e Wagner”, nel capolavoro “Il gioco delle perle di vetro”, ed anche in “Sotto la ruota”. L’annegamento è poi uno dei simboli principali di “The Waste Land”, un poema di Thomas Stearns Eliot che non è esagerato definire uno dei testi più importanti del ‘900. In un passaggio chiave, il poeta allude ad un suggestivo passaggio di “La Tempesta”, una commedia di Shakespeare:
Tuo padre è seppellito
cinque tese sott’acqua.
Dalle sue ossa son nati i
coralli. Queste sono perle
che erano i suoi occhi.
Nulla di lui è svanito,
Ma il mare lo ha trasformato
in una cosa ricca e strana.
L’abisso è un luogo trasformativo. L’acqua profonda riceve in sè e discioglie, ma non distrugge del tutto, non annienta.

Il Cristo degli abissi, una statua in bronzo di Guido Galletti, posta nel 1954 nel fondale della baia di San Fruttuoso, in Liguria
Il Cristo degli abissi, una statua in bronzo di Guido Galletti, posta nel 1954 nel fondale della baia di San Fruttuoso, in Liguria

La scintilla sembra spegnersi nel mare, ma in realtà nel dissolversi la luce feconda l’acqua che la riceve.

Fonte battesimale di Kèlibia (VI sec.). Museo nazionale del Bardo (Tunisia)
Fonte battesimale di Kèlibia (VI sec.). Museo nazionale del Bardo (Tunisia)

Questo è uno dei significati più profondi del battesimo: entrare nel battistero significa immergersi di propria volontà nel simbolo dell’acqua, con tutto ciò che ne consegue. E’ un passo rischioso, non dimentichiamocelo: con l’abisso non si scherza. A garantire la buona riuscita di questa trasformazione è il simbolo del Cristo: egli ha già tracciato la via, scendendo all’Inferno dopo la crocifissione, prima di risalire al Cielo. In via simbolica, è lui a trarre in salvo colui che si battezza, traendolo dalle acque come fece con Pietro sul mare agitato dal vento.

Decorazione sulla facciata di una farmacia di Vienna (Schutzengel-Apotheke, Favoritenstraße 11)
Decorazione sulla facciata di una farmacia di Vienna (Schutzengel-Apotheke, Favoritenstraße 11)

Quest’immagine decora una farmacia di Vienna, e raffigura il calice di Igea, figlia di Esculapio e dea della salute.
L’icone qui sotto riprende lo stesso principio, ma qui la salute di cui si tratta è di genere spirituale. Da questo accostamento si può intendere il segreto della medicina universale: la cura miracolosa non è il contenuto della coppa, ma il vaso stesso.

Icona ortodossa raffigurante Cristo nel calice dell’Eucaristia
Icona ortodossa raffigurante Cristo nel calice dell’Eucaristia

Anche il Sole, ad ogni giro di giostra, scende nel mare della notte. Lì si dissolve, guarendo dalla malinconia del tramonto per ricomporsi nella gloria dell’alba: è proprio da questo bagno notturno che il Sole trae la sua luminosa forza.

Mosaici della chiesa di san Giorgio a Madaba (Giordania)
Mosaici della chiesa di san Giorgio a Madaba (Giordania)

E’ quel lago pericoloso ed oscuro, quel luogo simbolico racchiuso nella nostra anima. E’ lì che si trova la sorgente eterna, è in quel luogo che si trova il centro immobile della Grande ruota: l’acqua è Morte, ma è anche Madre.