Il bozzolo della crisalide

San Bartolomeo fu uno dei dodici apostoli scelti da Gesù per diffondere il messaggio evangelico.

Secondo la tradizione, dopo la morte e resurrezione del Cristo l’apostolo si recò verso l’oriente per predicare. La sua presenza però risultò poco gradita, al punto che un re di quelle terre ordinò di ucciderlo in uno dei modi più raccapriccianti possibili: Bartolomeo infatti fu scuoiato vivo.

Michelangelo, San Bartolomeo – dettaglio del Giudizio Universale (1536 -1541). Cappella Sistina
Michelangelo, San Bartolomeo – dettaglio del Giudizio Universale (1536 -1541). Cappella Sistina

L’atroce attenzione verso il dettaglio anatomico non può che suscitare un brivido di sgomento!

Ma ricordiamoci dei nostri propositi, e concentriamoci sul significato dell’immagine. In un certo senso, Bartolomeo esegue proprio l’operazione che ci eravamo prefissi di compiere noi: va oltre la superficie, e rivela così il contenuto che si celava in esse.

Una volta compresa la chiave di lettura, il simbolo svela così il suo senso: togliersi la pelle significa spogliarsi delle apparenze, e portare alla luce la sostanza che in esse si celava.

Michelangelo definì la scultura un’arte “che si fa per forza di levare”: la pietra grezza contiene già in sè l’opera finita, e compito dell’artista è togliere tutta la materia superflua che la circonda e la soffoca.

Marco d’Agrate, San Bartolomeo (1562). Duomo di Milano
Marco d’Agrate, San Bartolomeo (1562). Duomo di Milano

La potenza del simbolo risiede nell’universalità del suo messaggio. Levare la pelle può essere inteso in senso metafisico, come il gesto di sollevare quella coltre di apparenze che Schope nhauer chiamò il “Velo di Maya” e che altri prima di lui chiamarono il “Velo di Iside”.

La promessa è affascinante: per un attimo il cuore umano può vedere oltre le illusioni del mondo manifestato, e sbirciare l’Eterno che lo sorregge, proprio come uno scheletro immutabile sostiene la carne deperibile. A ciò si riferisce quel passaggio dei Vangeli secondo cui, dopo la morte di Gesù, “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo”. La morte del Cristo fu ben più che un avvenimento storico: fu un simbolo di portata metafisica, che segnò la possibilità di vedere per la prima volta il Sancta Sanctorum del Tempio, che a sua volta non è soltanto un luogo architettonico, ma è un simbolo dell’Eternità.

Il simbolo, dicevamo, può avere però anche un significato più quotidiano e raggiungibile anche da chi ha l’animo semplice. Spogliarsi della propria pelle, in questo caso, significa abbandonare tutte quelle remore che ci ostiniamo a portarci appresso; zavorre che consideriamo parte integrante della nostra esistenza, ma che in realtà non fanno che affaticarci lungo il cammino della vita.

 Oggetti materiali, abitudini, timori e consuetudini dettate dal famigerato “buon senso” della società: dovrebbero essere strumenti per vivere una vita migliore, ma spesso ci intestardiamo a mantenerli vicino a noi anche quando smettono di servirci, e divengono persino dannosi.

E’ a questo significato che allude il noto episodio della vita di san Francesco. Egli era di famiglia ricca e benestante, e non gli era mai mancato nulla di ciò che potesse desiderare; ma un giorno decise di donare tutti i suoi averi ai poveri.

Giotto, Storie di san Francesco - La rinuncia ai beni terreni (1295-1299). Basilica superiore di Assisi
Giotto, Storie di san Francesco – La rinuncia ai beni terreni (1295-1299). Basilica superiore di Assisi

A ben vedere, la sua non fu una rinuncia, quanto una liberazione. Per la prima volta egli si toglieva di dosso tutti gli orpelli che lo avvolgevano come le catene d’uno schiavo. Per la prima volta, egli era veramente sè stesso, e non una finzione.

Spogliarsi della propria pelle non significa per forza gettar via irrimediabilmente ciò di cui ci si libera. Può essere anche un affrancamento mentale, un’indipendenza raggiunta da ciò che ci circonda.

Questo è il senso profondo senso della favola “I vestiti nuovi dell’Imperatore” di Hans Christian Andersen.

La fiaba narra di un imperatore narcisista e vanitoso, più impegnato a curare le apparenze che non gli affari del suo impero. Egli era particolarmente attento al suo modo di vestire, e cercava sempre i tessuti più lussuosi ed i tagli all’ultima moda.

Un giorno vennero a corte due imbroglioni con il proposito di truffare il re. Gli dissero di essere dei sarti famosi, e di avere un tessuto rarissimo ed unico nel suo genere: la sua particolarità era infatti di risultare invisibile agli stolti. Il re commissionò il vestito, e la voce della sua magica proprietà si sparse presto in tutta la città. Dopo un paio di giorni di lavoro, i sarti finsero di presentare il vestito all’imperatore. Facevano il gesto di porgere qualcosa all’imperatore, come se stringessero nelle mani il vestito, ma di fatto non c’era nulla. L’imperatore però non proferì parola: temeva infatti che il vestito ci fosse veramente, e di passare per stolto dato che non lo vedeva. Lo stesso fece la sua corte, e così l’imperatore si convinse del tutto ed accettò il vestito inesistente. L’imperatore fece il gesto di indossare il suo presunto vestito, e decise di sfilare con esso per le vie della capitale. Siccome tutta la città era a conoscenza della magica proprietà del vestito, nessuno osò dire nulla al riguardo, col timore di esser l’unico a passare per stolto.

Scultura ispirata alla fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore”, sulla facciata di un edificio a Colonia
Scultura ispirata alla fiaba di Andersen “I vestiti nuovi dell’Imperatore”, sulla facciata di un edificio a Colonia

Soltanto un bambino, con tutta l’innocenza dell’ingenuità, gridò la verità che tutti tacevano: «L’imperatore è nudo!»

Questa, almeno, è la forma della fiaba così come ce l’ha raccontata Andersen.

Potremmo però ribaltarla del tutto, e trarne un senso assolutamente opposto.

I due sarti non sono imbroglioni, ma veri e propri Maestri spirituali; e quella del bimbo non è innocenza, ma soltanto la banalità di chi non sa comprendere la verità.

L’imperatore è nudo, e sa di esserlo: egli così vuole simboleggiare la sua completa libertà, la scoperta della sua vera essenza, aldilà delle convenzioni sociali, oltre le etichette di corte, oltre tutte le aspettative con cui la gente lo ha ricoperto finora. L’imperatore è nudo, eppure continua ad essere imperatore.

Egli non ha abdicato, ma ha scoperto di non essere la sua carica: egli ha in testa una corona, ma non è la corona.

Matteo di Giovanni, San Bartolomeo scuoiato (1480). Museo delle arti di Budapest
Matteo di Giovanni, San Bartolomeo scuoiato (1480). Museo delle arti di Budapest

L’atto di levarsi la pelle vecchia rappresenta uno degli aspetti cardine del simbolismo del serpente. Da sempre l’uomo ha visto in questa sua particolarità una magica capacità di ringiovanirsi.

Saturno - Illustrazione da Vincenzo Cartari, Imagini delli Dei de gl’Antichi (1571)
Saturno – Illustrazione da Vincenzo Cartari, Imagini delli Dei de gl’Antichi (1571)

E’ proprio nel gesto di spogliarsi che risiede il segreto della vita eterna: si torna al vigore della gioventù, perchè abbandonando il superfluo si ritorna al sacro luogo della nostra origine, quella fonte benedetta che sgorga dall’eternità.

Nel film “Stalker” di Andrej Tarkovskij questo mistero è spiegato con parole semplici ma evocative:

La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore.
Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.

Forse è proprio in questo senso che potremmo ricercare uno dei significati del simbolo della circoncisione!

Il legame fra perdita della pelle e rinascita ricompare anche nella figura di Xipe-Totec, divinità azteca della fertilità.

Immagine del dio azteco Xipe-Totec tratta dal Codex Borbonicus
Immagine del dio azteco Xipe-Totec tratta dal Codex Borbonicus

 Anche il dio Xipe-Totec era un dio scorticato: il simbolo alludeva al seme del mais, che per poter germogliare deve prima perdere la scorza esterna.

La morte simbolica del seme è necessaria alla produzione di nuova vita: solo perdendo la pelle il seme è in grado di creare.

La stessa idea traspare da un importantissimo passo del Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

I quadri dei martiri non rappresentano dunque la morte in sè stessa, ma la chiave di un punto di passaggio, il sentiero per un cambiamento dello stato dell’essere.

Illustrazione tratta delle “Cronache di Norimberga” di Hartmann Sche-del (1493). Biblioteca dell’università di Cambridge
Illustrazione tratta delle “Cronache di Norimberga” di Hartmann Sche-del (1493). Biblioteca dell’università di Cambridge

Così l’enigmatica frase del Vangelo secondo cui “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà” acquista tutto un altro significato.

Ciò che resta sempre uguale a sè stesso, infatti, diviene un’immagine di morte: e solo ciò che disposto a mutare è veramente degno del nome “Vita”.

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Trasformazioni

Proviamo dunque ad entrare in una chiesa, una chiesa qualsiasi, magari proprio quella sotto casa, quella nella piazza del nostro paese.

Non è facile: spesso la porta è chiusa. Dal punto di visto pratico è una protezione contro ladri e vandali, ma il senso simbolico di questa chiusura è una manifestazione tangibile di quella distanza concettuale che ci preclude il senso deli simboli che la chiesa contiene. Per entrare nella chiesa bisogna allora cercare il custode, e chiedergli le chiavi per aprire la porta; allo stesso modo, per entrare nelle immagini e coglierne il messaggio occorre una chiave interpretativa capace di farle parlare in una lingua a noi comprensibile.

Dentro non c’è nessuno, c’è un silenzio immobile, e fa pure un po’ freddo: pare d’essere entrati in una tomba! E l’impressione, guardando i quadri sopra gli altari, sembra proprio esser confermata: immagini di morte, del momento stesso della morte, nei modi più cruenti e dolorosi possibili.

Rogier van der Weyden, San Giorgio e il drago (1432-1435). National Gallery of Art, Washington
Rogier van der Weyden, San Giorgio e il drago (1432-1435). National Gallery of Art, Washington

Si direbbe che tanto l’artista che il committente siano stati mossi da un desiderio perverso di gustare quell’attimo crudele e tremendo in cui il dolore culmina e scivola verso la gelida pace della morte.

Ecco, se osserviamo il quadro così, come se fosse la fotografia di un momento realmente accaduto, non possiamo che trarne un messaggio orrendo: la fascinazione verso il macabro, una scena di morte fine a sè stessa, tuttalpiù la testimonianza cruenta di una devozione fanatica.

Anche questa, in fin dei conti, è una porta chiusa. Tentiamo dunque un esperimento concettuale, proviamo se la nostra chiave funziona: accantoniamo il dubbio riguardo la realtà della scena ritratta, non chiediamoci in quale secolo ed in quale paese essa sia avvenuta. Osserviamola piuttosto come se fosse un enigma che vuole svelarci qualcosa; facciamo silenzio per un attimo, e cerchiamo di ascoltare il senso che essa vuole trasmetterci.

Simboli dell’Arte Cristiana

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La nostra cultura possiede un immenso patrimonio artistico; quel che ci manca, però, è la chiave per aprire il forziere. Possiamo osservare gli stili artistici, conoscere date ed autori, ma la domanda fondamentale è: cosa significa?

Questo libro è un viaggio nella storia dell’arte cristiana, dai capolavori alle espressioni più ingenue, ma non per questo meno importanti. Riscopriremo i significati simbolici che reggono l’architettura delle immagini, e troveremo un messaggio che è tutt’ora valido, che può arricchire il fedele ma rivolgersi anche a chi non crede.

 

Pian piano sto caricando anche il testo online, per una lettura diretta senza necessità di download. Qui trovate l’indice, che verrà aggiornato man mano che aggiungo altri capitoli!

 

Introduzione

Siamo assetati di Sapienza. Non possiamo nemmeno dire di conoscere davvero questo mondo, eppure già cerchiamo qualcosa che lo trascenda, un senso più vero e più profondo.

Nel corso di questo pellegrinaggio senza meta, molti si sono rivolti verso stelle lontane: gli esagrammi dell’I-Ching, le immagini dell’Antico Egitto, le vertiginose teologie della Gnosi, oppure gli affascinanti simboli dell’induismo.

Ciò che è distante ed insolito ha il fascino dell’esotico, e attira molto di più l’attenzione rispetto a ciò che ci circonda ogni giorno. Si può così osservare uno strano paradosso: una schiera di indagatori che conoscono a menadito le discipline più segrete di paesi lontani e di imperi ormai tramontati, ma che non hanno idea dei tesori che si celano nelle terre in cui sono nati e vivono.

Saprebbero parlar per ore dell’Arcano maggiore della Luna dei Tarocchi, e potrebbero scrivere un libro intero sulle discipline più segrete del tantrismo. Ma quando si tratta di santi o di dottrine cristiane, l’interesse viene meno; anzi, si finge noncuranza, come ad aver paura di apparir bigotti.

A furia di guardar lontano, ci siamo dimenticati di cosa abbiamo vicino, e così le chiese che costellano il nostro paese sono diventate tanti piccoli forzieri chiusi e ricolmi d’arte. Un’arte a volte elaborata ed altre ingenua, ma sempre ricca di significati profondi ed importanti.

Per cogliere i messaggi filosofici dei Veda, non occorre certo impegnarsi nei riti sacrificali in essi prescritti! Così, non serve per forza essere credenti per cogliere il messaggio racchiuso nelle raffigurazioni sacre cristiane. Alle volte non occorre che l’utilizzo di un sinonimo per svincolare un concetto dal contesto religioso, e dargli una portata universale, capace di essere accettata anche da chi non crede. Così, se parliamo di “Diavolo” ci precludiamo la comprensione di chi ha una mentalità moderna, perché evochiamo in lui soltanto l’immagine grottesca del demone alato con il forcone ed il piede caprino. Tutta un’altra cosa se invece parlassimo di “problema del male”, o di “tendenza innata alla crudeltà”. Eppure, in un certo senso, si tratta della stessa cosa: ma nel primo caso all’interlocutore sembrerebbe una farsa, mentre nell’altro sarebbe inteso come un discorso serio.

Ciò ci introduce direttamente al nocciolo del problema: si tratta di un astigmatismo spirituale. A furia di guardar lontano, si diceva, abbiamo scordato come vedere da vicino; e così, quando il nostro occhio si posa su un’immagine familiare alla nostra storia, non siamo più capaci di metterla a fuoco correttamente.

Ne vediamo soltanto la superficie, mentre lo sguardo farebbe meglio a puntare oltre, al contenuto. Per fare un esempio triviale, è come se guardando il televisore non vedessimo il film che esso proietta, ma soltanto l’elettrodomestico, l’oggetto televisore in quanto tale.

Si può ad esempio interpretare l’immagine di san Giorgio che trafigge il drago come l’illustrazione di un racconto in cui un cavaliere salva una principessa da un mostro. Che valore potrebbe mai avere una simile fiaba? E’ talmente ingenua che nemmeno un bimbo crederebbe che sia successa veramente.

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Rogier van der Weyden, San Giorgio e il drago (1432-1435). National Gallery of Art, Washington

Ecco, dobbiamo lasciare da parte questo dubbio: scoprirete che non ha poi molta importanza che gli avvenimenti dipinti siano esistiti realmente o meno. La vera domanda, piuttosto, dovrebbe esser questa: che cosa significa?

La battaglia fra il cavaliere ed il drago adombra infatti un conflitto antico quanto l’uomo: la luce contro l’oscurità, il coraggio contro la paura. Sia la bestia che il santo simboleggiano due princìpi che si agitano nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, e che lo dividono fra vizio e senso del dovere, tra egoismo e virtù.

Se letti nella giusta chiave, le raffigurazioni dell’iconografia cristiana diventano un vero e proprio trattato di filosofia, una visione del mondo complessa e penetrante, esposta tramite immagini e simboli.

Certo, non è detto che tale pensiero sia sempre giusto o vero: ma è uno spunto di meditazione degno della nostra attenzione. Anzi, è soprattutto quando non ci troviamo d’accordo con esso che il confronto diventa interessante e produttivo!

A questo punto può venir spontaneo chiedersi: perchè non dire le cose come stanno, invece di velarle in simboli ed immagini che non tutti possono intendere, e che molti sanno fraintendere?

La risposta sta proprio nella pluralità di significati che il simbolo può assumere: in questo modo esso può parlare a tutti. Chi è di animo semplice vi vedrà un significato semplice, mentre un indagatore appassionato potrà cavarvi delle verità più complesse.

Ma soprattutto, il simbolo è sempre capace di rinnovarsi. Forse all’epoca in cui l’episodio è stato concepito, il senso della storia non era ancora chiaro, ma soltanto presentito; magari soltanto in seguito la vicenda ha potuto assumere un senso concreto nella storia del cristianesimo. E chissà quali significati lo stesso simbolo potrà assumere nel futuro: come una sorgente che non si esaurisce mai.

Se invece di utilizzare il simbolo si cerca di fissare il significato con termini concreti, ci si preclude questa capacità vitale di rinnovamento.

L’esempio di san Giorgio ci permette di affrontare un’altra importante precisazione.  Per comprendere il senso dell’immagine, potremmo infatti paragonarla ad altre raffigurazioni simili: solo per nominarne alcuni fra tanti, Eracle che lotta con l’Idra di Lerna, o Bellerofonte con la Chimera, o ancora il nordico Thor contro il serpente Miðgarðsormr.

Il nostro viaggio non vuole affatto essere un trattato di storia, nè di iconografia. Nell’accostare immagini simili non intendiamo ipotizzare che una sia derivata dall’altra, nè affermare il contrario; se le avviciniamo è piuttosto per confrontare il loro significato, apprezzandone i tratti in comune ma anche valorizzando le rispettive differenze.

Un luogo comune molto diffuso vuole che il cristianesimo abbia “rubato” le immagini pagane, copiandole nella forma pur dando loro un senso cristiano. L’esempio più ricorrente che viene portato è quello di Iside che abbraccia Horus da bambino, da cui la Chiesa avrebbe estrapolato le immagini della Madonna che stringe al petto Gesù Bambino.

Non entreremo ora nel merito dell’effettiva realtà o meno di questo rapporto di derivazione. Ciò che importa è che tanto il credente quanto il non credente sentono questa origine antecedente come un segno di falsificazione, come se il precedente storico inficiasse in qualche modo la verità dell’immagine.

Chi avversa il cristianesimo potrebbe approfittare per concludere: “il cristianesimo non è altro che una scopiazzatura della religione egiziana”. Il credente più ingenuo, invece, potrebbe rifiutare del tutto la derivazione, sentendola come un pericoloso attacco alla sua fede.

Eppure non c’è niente di più normale del fatto che un’immagine venga ripresa da una cultura all’altra, riadattandosi di volta in volta alle specifiche caratteristiche della popolazione in cui si innesta.

Anzi, ciò dimostra che l’immagine in sè ha un senso eterno ed universale, tale da permettere il suo tramandarsi nello spazio e nel tempo.

Va considerato ancora un aspetto: Iside può essere una delle origini del simbolo della Madonna, ma non è per forza l’unica. E quand’anche fosse l’unica, ciò ci parlerebbe della genesi del simbolo, ma va tenuto conto che dopo quella genesi il simbolo della Madonna cristiana ha avuto altri millenni in cui crescere, maturare, acquisire una sua identità specifica, che ci riguarda più da vicino perché è contigua alla storia della nostra cultura.

Pensate alla Madonna del Cardellino di Raffaello Sanzio, o alla Madonna della Pace del Pinturicchio!

Pinturicchio, Madonna della Pace, (1490). Pinacoteca civica Tacchi-Venturi di San Severino Marche
Pinturicchio, Madonna della Pace, (1490). Pinacoteca civica Tacchi-Venturi di San Severino Marche

Fra queste opere ed Iside corre la stessa distanza che separa un faraone da un signore del Rinascimento.

 Le origini storiche di un’immagine hanno senza dubbio il loro prezioso valore, e meritano un’indagine seria ed approfondita.

Va però evitato l’errore di ridurre questa parentela ad un’identità assoluta, o considerarla in qualche modo riduttiva. Allo stesso modo, io sono senza dubbio figlio di mio padre, ma non per questo “sono mio padre”, nè sono “soltanto figlio di mio padre”.

Indice

Introduzione

Trasformazioni

Il bozzolo della crisalide

La cottura

Precisazione

La Grande Ruota

Nell’Abisso

La testa recisa

La Lotta

Contro il Drago

Contro il Serpente

Il Giudizio Universale

La Madre

Del piacere e del peccato

La Porta del Cielo

Santa Sofia

Per noi peccatori

La Scala di Giacobbe

Il volto di Dio

Sulle spalle dell’Uomo

Il cammino doloroso

Il Sangue dell’Agnello

La via del ritorno

Nunc Dimittis

Ringraziamenti